Tempo fa, navigando in internet alla ricerca di qualche copione di teatro contemporaneo interessante, ho avuto la grande fortuna di imbattermi in Patriot Act: A Reality Show, di C. Duncombe (traduzione in Italiano di Leonardo Franchini). Un testo tutto incentrato sulla famigerata USA PATRIOT Act, la legge federale antiterrorismo varata negli Stati Uniti subito dopo gli attentati dell’11 settembre alle torri gemelle di New York.
Faccio un breve, quanto doveroso, preambolo su questa legge, che tra l’altro, a otto anni dagli attentati, è ancora in vigore. Una legge che tutte le organizzazioni in difesa dei diritti dell’uomo ritengono sia un veleno mortale per la libertà e la democrazia. Nata con l’ obbiettivo di combattere il terrorismo per ridurre la probabilità di rischio di nuovi attentati, ha infatti introdotto diverse restrizioni ai diritti fondamentali dei cittadini, come la privacy e la libertà di espressione.
La legge, ad esempio, consente all’ FBI di arrestare ed imprigionare chiunque sia solo minimamente sospetto di avere qualcosa a che fare con il terrorismo; senza il bisogno di avere a suo carico alcuna prova. Durante gli interrogatori e la detenzione gli arrestati perdono ogni diritto civile, praticamente smettono di essere degli esseri umani per diventare degli oggetti. Si stima che dal 2001 siano state arrestate più di 5.000 persone (quasi tutti stranieri). Nella stragrande maggioranza dei casi questi uomini sono rimasti in prigione solo per qualche giorno, o per qualche settimana [Bush contro i diritti civili].
La Usa Patriot Act introduce inoltre le cosiddette National Security Letter, con l’invio delle quali l’FBI costringe provider, compagnie telefoniche, motori di ricerca, librerie, cybercafé ed altre entità di natura pubblica o privata a rivelare ai suoi agenti tutti i dati riservati degli utenti di cui siano in possesso. Strumento questo che consente un tracciamento completo della vita di ogni individuo attraverso la consultazione di dati quali: la posta elettronica, visite a siti web, prenotazioni di viaggio, vendite, acquisti, cartelle cliniche, iscrizioni a scuole, ecc. L’attuazione, insomma, di quel grande occhio che tutto vede, descritto in maniera profetica nel romanzo 1984 di George Orewell. L’ incubo di una società dove ciascun individuo è tenuto costantemente sotto controllo dalle autorità.
Ho trovato subito geniale il testo di Duncombe, sia per l’originalità della trama che per i risvolti sociali e psicologici che emergono dai dialoghi. I colpi di scena sono sorprendenti ed il percorso degli stati emotivi che percorre l’attore (unico in scena) sono quanto mai coinvolgenti.
La storia è quella di un uomo che viene chiamato a partecipare alle selezioni per la partecipazione ad un programma televisivo, un Reality Show, intitolato Il patriota Americano. Il programma deve incoronare l’uomo, o la donna, più patriota d’America. L’uomo sfoggia inizialmente una certa sicurezza, rispondendo alle domande che gli vengono poste dagli intervistatori con frasi fatte e luoghi comuni tipici della più classica retorica conservatrice. Durante l’ intervista vengono trattati temi come gli attentati dell’ 11 settembre e le conseguenti guerre in Iraq e in Afghanistan, la democrazia, la questione del controllo totale delle informazioni da parte del governo. L’uomo si schiera completamente a favore delle misure prese dal governo.

Come spesso accade, però, le cose non sono come sembrano, la realtà è ben diversa da quella che inizialmente appare. L’intervista diventa presto sempre più incalzante e l’uomo, che credeva d’essere di fronte ad un gioco, capisce di trovarsi al centro qualcosa di ben più serio. L’uomo vacilla e alla fine le sue opinioni non sono più tanto solide come all’inizio.
Mi sono messo subito al lavoro per un adattamento del testo e la sua messa in scena in teatro. Una breve parte iniziale ad inscenare la presentazione del reality, poi un unico attore sul palco con cinque voci fuori campo, gli intervistatori, le cui ombre sono state proiettate su uno schermo gigante. Lo spettacolo è andato in scena, con un discreto successo, sabato 4 luglio 2009, in occasione della seconda edizione di A World of Peace, la rassegna delle arti in nome della pace di tre giorni svoltasi a Villaricca. Emozionante l’applauso finale del pubblico.
Oggi sembra che tutto quello che è rappresentazione artistica recitata, dal cinema alla TV al teatro contemporaneo, debba essere necessariamente disimpegnato, futile, e debba servire solo far ridere la gente. Io non la penso affatto così.

Un doveroso, ma soprattutto affettuoso, pensiero ai miei compagni di viaggio, che con me hanno creduto a questo folle progetto. Un grazie ad Antonio, Ciro, Concetta, Salvatore e Sandro (le voci cinque fuori campo degli intervistatori), e un grazie a Maria Rosaria, che ha interpretato il ruolo alla presentatrice del Reality.
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