Il Blog di Mimmo Guarino
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Posts Tagged ‘paura’

Un disperato bisogno di sentirsi normali

30 marzo 2010 Mimmo Guarino 11 commenti
Il bisogno di sentirsi normali è tutto sommato il bisogno di sentirsi accettati dagli altri, di sentirsi a proprio agio tra i propri simili, è il bisogno di appartenere ad una maggioranza che ci faccia sentire protetti. Vestirsi di normalità ripara dal freddo della paura di ritrovarsi soli. Avere consapevolezza che la maggioranza delle persone che ci circondano ci considera come loro, normali, ci fa sentire bene. Appartenere alla categoria dei normali ci rassicura perché essa è la più numerosa e quindi la più forte, inconsciamente ci dice che stiamo procedendo bene, che la nostra condotta è quella giusta e che non avremo problemi, che non avremo intoppi sul nostro cammino. E’ da questa insicurezza che nasce in noi la paura e l’avversione per chi assume comportamenti diversi da quelli del nostro gruppo, è questa mancanza di autostima che ci porta a vederlo come una minaccia.
pizza

Lo strano episodio del cameriere inquisito

Era da tempo che io ed il mio amico Mariano progettavamo quella serata in pizzeria, ma a causa dei rispettivi impegni di lavoro avevamo sempre rimandato. Quella serata, tra l’altro, fu caratterizzata anche da un curioso episodio. Ad un certo punto, complice anche la tarda ora e la poca presenza di clienti in sala, il cameriere del locale cominciò ad inveire ad alta voce contro il televisore che in quel momento stava mandando in onda le immagini di un noto personaggio politico italiano, ex magistrato del pool di mani pulite. Disinteressandosi completamente di noi due che al tavolo aspettavamo solo di poter ordinare due pizze e tra l’imbarazzo dei pochi presenti in sala, inscenò una specie di breve comizio su alcune sue disavventure avute durante tangentopoli; una mancanza di professionalità, una maleducazione ed una cafonaggine che mi hanno ovviamente spinto a non rimettere più piede in quel ristorante.

matrimoni-gay

Matrimoni gay

Non ricordo come fu ma ad un certo punto della nostra chiacchierata andammo a finire sul tema del riconoscimento dei matrimoni gay. Dopo le obiezioni di carattere biblico della coppia primordiale formata da Adamo ed Eva (Mariano è molto religioso) e l’immancabile esempio del bambino che nulla avendo di meglio da fare di guardare due gay baciarsi per strada rischia di diventare anche lui gay da grande, mi prospetto uno scenario apocalittico nel quale la razza umana si sarebbe estinta se tutti avessero seguito tendenze omosessuali.

Gli feci allora notare che l’omosessualità era una predisposizione biologica più che una scelta dettata da esperienze di vita, che riconoscere i matrimoni omosessuali non voleva certo dire vietare agli eterosessuali di sposarsi né tanto meno di riprodursi e che quella dell’estinzione umana, per scarso tasso di riproduzione, era la più infondata delle paure visto lo spaventoso aumento demografico della popolazione mondiale in atto. Gli feci anche osservare che per essere coerente col suo ragionamento si sarebbe dovuto sentire ugualmente minacciato anche da tutte quelle altre categorie di persone che pur essendo eterosessuali non danno alcun contributo alla riproduzione della specie umana: i single e le coppie che decidono di non avere figli, gli uomini e le donne sterili, i preti e le suore che scelgono la via del celibato e della castità.

lager

Tutto in una frase

A questo punto Mariano gettò giù la maschera; inconsapevolmente credo. Lo fece con una frase alla quale nemmeno io in quel momento diedi molto peso, una frase che tradiva in pieno tutte quelle che erano le sue paure più nascoste. Disse: “.. sarei anche disposto ad accettare la cosa del riconoscimento dei matrimoni gay ma non vorrei che poi loro diventassero la normalità e noi l’eccezione …” .


E’ così, tutti quelli che minacciano le certezze della maggioranza cosiddetta normale vanno tenuti sotto controllo, vanno resi innocui, bene etichettati, tenuti rinchiusi dentro lo spazio dell’eccezione, dentro lo spazio dei diversi. Uno spazio che deve essere limitato, ben circoscritto con solidi steccati ed il più possibile lontano dalla vista.

Il miracolo immaginario

24 marzo 2010 Mimmo Guarino 6 commenti
E’ difficile dissentire da convinzioni largamente condivise dal proprio gruppo di appartenenza, andare contro comportamenti diffusamente accettati dalla massa, molto più facile è dire e fare cose che gli altri si aspettano che diciamo o facciamo; o che al limite noi “pensiamo” che gli altri si aspettano che diciamo o facciamo. La paura di essere attaccati, criticati, emarginati e cacciati dal gruppo ci spaventa a morte. E’ una paura antichissima che affonda le sue radici nelle origini tribali della nostra specie, quando l’allontanamento dal gruppo voleva significare morte certa per il singolo, lasciato solo ed inerme al cospetto di una natura ostile.
statua-madonna

Quando la Madonna non piange

Anni fa entrai a far parte di una compagnia teatrale amatoriale formata da un gruppo di ragazzi di una piccola comunità parrocchiale locale. Fui chiamato per sostituire un ragazzo che aveva dovuto rinunciare alla sua parte per motivi di lavoro. Tra una prova e l’altra cominciai a fare amicizia con quei ragazzi, e quelle ragazze, fino al punto che la sera iniziai anche ad uscire con loro. La commistione tra attività teatrali e parrocchiali fu inevitabile, un po’ per curiosità, un po’ perché in quel periodo non avevo altre cose da fare, cominciai a frequentare la parrocchia. Alla fine mi ritrovai seduto tra i banchi chiesa ad ascoltare il loro parroco dire messa .

Un giorno eravamo nello spazio antistante alla chiesa. Si chiacchierava del più e del meno quando ad un certo punto, circospetto, si avvicinò a noi il parroco per parlarci. Ci confessò, con la sua solita calma, di avere assistito ad uno straordinario evento: la statua della Madonna all’interno della chiesetta si era messa improvvisamente a piangere. Praticamente un miracolo in diretta. L’evento si era verificato solo qualche ora prima del nostro arrivo ed era stato osservato anche da uno dei nostri compagni che, per caso, si trovava proprio li. Quelle lacrime erano ancora visibili sul volto della statua e durante la funzione avremmo potuto vederle direttamente con i nostri stessi occhi.

A messa quel pomeriggio c’eravamo solo noi del gruppo teatrale. Ad un certo punto, su invito del parroco, ci avvicinammo uno alla volta alla statua per constatare quello strabiliante fenomeno. Alcuni ebbero toni quasi entusiasti, altri furono più pacati, altri ancora mugugnarono solo qualche parola tra i denti, tutti comunque confermarono la presenza di lacrime sul volto della statua.

Chi tace dissente

Quando arrivò il mio turno mi avvicinai alla statua e la guardai ben bene, sicuramente molto più a lungo di quanto avessero fatto tutti quanti gli altri. Non so se qualcuno notò la mia espressione durante l’ispezione, fatto sta che dopo aver a lungo osservato quel volto non dissi assolutamente nulla; me ne tornai discretamente al mio posto senza fiatare. Se c’è una cosa che non mi difetta quella è proprio la vista e sono sicuro che di lacrime su quella statua non ce n’erano. Quella statua non aveva pianto; anche se, dopo aver assistito a quella “farsa”, ne avrebbe avuto tutte le ragioni.

indigeni-africa

Ovviamente nessuno vide realmente delle lacrime, purtuttavia nessuno ebbe il coraggio di ammetterlo. Ogni volta che veniva incassata una testimonianza positiva il muro della paura diventava sempre più alto e quindi difficile da superare per il successivo testimone. Negare quel miracolo immaginario avrebbe infatti sbugiardato sia il vertice del gruppo (il parroco) sia tutti quei componenti che già avevano messo la propria faccia a favore del si. Sbugiardati ! Perché stabilire se ci sono o meno delle lacrime su un pezzo porcellana non è una questione soggettiva ma oggettiva; o ci sono o non ci sono.

E’ facile dire e fare cose che noi “pensiamo” gli altri si aspettano che diciamo o facciamo. Difficile fare il contrario, perché alla paura di essere criticati, attaccati e cacciati dal gruppo si unisce la mancanza di stima e di fiducia che nutriamo verso noi stessi. Questa sfiducia ci convince che quelle nostre “personali” posizioni devono per forza di cosa essere sbagliate, che “dovrà pure esserci un motivo valido se tutti dicono questo o fanno quella determinata cosa”. E’ la fase che mette a posto la nostra parte razionale, la nostra coscienza, quella che reclama coerenza tra pensiero e azione. La verità è che non siamo ancora esseri razionali ma solo esseri razionalizzanti.

L’arma della fiducia nel prossimo

17 gennaio 2010 Mimmo Guarino 8 commenti

Quando mi trovo a parlare dell’importanza che riveste a livello sociale la nostra capacità di nutrire fiducia nel prossimo e provo “mettere in guardia” i miei interlocutori da quanti (e non sono pochi) cercano di distruggerla definitivamente dalla testa e dal cuore della gente, trovo sempre come risposta un atteggiamento di scoraggiamento, di disillusione e di pessimismo.

frustrazioneUno stato d’animo molto diffuso, dovuto ad visione alquanto distorta che abbiamo del concetto di fiducia: spesso infatti diamo fiducia agli altri solo con l’aspettativa (più o meno consapevole) di ricevere direttamente qualcosa in cambio, di avere un personale vantaggio, magari anche solo di tipo affettivo; il risultato è che poi inesorabilmente ci ritroviamo da soli a piangere.

La frustrazione che deriva da queste esperienze negative ci annebbia la mente e ci porta a vedere gli altri come dei “lupi” intenzionati unicamente a speculare sulla nostra buona fede e ci fa sentire degli ingenui e degli sciocchi. Molto spesso poi questo stato di disagio diventa il punto di partenza di un percorso che ci porta a passare al contrattacco e ad assumere quegli stessi comportamenti che tanto ci hanno fatto soffrire e che tanto abbiamo biasimato (torna utile a questo proposito la famosa parabola biblica della pagliuzza e della trave).

etSiamo anche portati, narcisisticamente, a considerarci gli unici “buoni e puri” in un mondo fatto di “cattivi e traditori”, quasi come se noi provenissimo da un altro pianeta o fossimo geneticamente diversi da tutti quanti gli altri. Questo da un lato ci gratifica, ci consola e ci rassicura sulle scelte e comportamenti che abbiamo adottato dell’altro ci allontana inesorabilmente dalla realtà vera delle cose.

La verità è che i rapporti umani sono caratterizzati da dinamiche estremamente complesse, infinitamente complesse, molto più di quanto siamo superficialmente portati a credere, perché infinitamente complessa è la psiche di ogni uno di noi. L’unico modo che abbiamo per cercare di comprenderle è quello di smettere di vedere le cose sempre e solo dal nostro punto di vista e cominciare invece a sforzarci di metterci anche da quello degli altri, tenendo sempre bene in mente che anche chi ci sta di fronte ha le nostre stesse aspettative ed esigenze, frustrazioni e dubbi, paure e insicurezze e che i suoi comportamenti sono (proprio come succede per i nostri) il risultato di una storia di vita fatta di tante esperienze personali, tutte fortemente condizionate da fattori ambientali il più delle volte incontrollabili. Solo considerando noi stessi come parte del “tutto”, tenendo presente che noi siamo per gli altri ciò che gli altri sono per noi, possiamo sperare di non cadere nel ridicolo e di non essere patetici nei nostri comportamenti e stati d’animo.

mass-mediaAvere fiducia nel prossimo non si traduce affatto nell’essere degli sciocchi ingenui e creduloni. Tutt’altro. Avere fiducia nel prossimo presuppone conoscenza e consapevolezza. Non vuol dire affatto credere ciecamente a chi ci governa e ci sfrutta ogni giorno né ai mass media che ci vendono un mondo che promette falsamente di rendere migliore la nostra vita e che in malafede e in maniera subdola cercano di distruggere definitivamente quello che rimane della nostra capacità di avere fiducia e la stima verso i nostri simili.

Né vuol dire credere al passante sotto casa che barcollante ci chiede i soldi per un panino e poi se li “sputtana” in una dose di eroina o alla prima “presunta” organizzazione umanitaria che ci chiede un contributo per aiutare i bambini in Africa. Avere fiducia nel prossimo presuppone anche attenzione ed un sforzo ed un impegno in prima persona nelle cose del mondo.

Avere fiducia nel prossimo vuol dire avere fiducia nella capacità (potenziale) di tutti gli esseri umani, e quindi anche nella nostra personale, di usare la ragione. Vuol dire “ammettere” che vale la pena confrontarsi con gli altri, investire il proprio tempo e le proprie energie con loro per crescere reciprocamente.

Avere fiducia nel prossimo significa avere speranza che tutto può cambiare, che in questo mondo non tutto è perduto, perché ogni cosa, nel bene e nel male, dipende esclusivamente da noi uomini, dalla nostra volontà. Dare fiducia agli altri non con l’aspettativa di un diretto tornaconto personale ma con la consapevolezza di dare nel proprio piccolo un contributo all’umanità intera.

In ultima analisi dare fiducia al proprio prossimo equivale a rifiutarsi di dare per spacciata l’umanità perché la fiducia reciproca è l’unica arma che abbiamo a disposizione per difenderci dalla nostra stessa follia, dalla insaziabile brama di potere e controllo che abbiamo verso i nostri simili. I potenti questo lo sanno ed hanno di essa terribilmente paura, per questo fanno di tutto per minarla.

Preghiera

2 dicembre 2009 Mimmo Guarino 8 commenti
preghiera
E’ molto più comodo chiedere aiuto ad un Dio onnipotente piuttosto che assumersi le proprie responsabilità e impegnarsi in prima persona.

La terra degli gnu

22 ottobre 2009 Mimmo Guarino 13 commenti
gnu

Tempo fa, guardando un documentario sulla savana africana, vidi una scena che successivamente mi avrebbe fatto molto riflettere. Oggetto del documentario uno degli erbivori più popolari di queste zone, lo gnu: uno strano animale e metà strada tra un bue, un’antilope e un cavallo. Questi animali amano molto stare in compagnia e si organizzano perciò in grandi branchi, che poi si cimentano in lunghi spostamenti, a volte vere migrazioni, alla ricerca di erba tenera nata dopo le piogge. Nel mese di Maggio circa 1,5 milioni di esemplari si spostano dalle pianure alle foreste, per poi tornare alle pianure nel mese di Novembre quando le piogge estive le avranno rese di nuovo verdi.

leone

Nel documentario, la telecamera del reporter inquadrava proprio uno di questi grandi branchi di gnu, con le bestie intente a bere vicini alla riva di un fiume, quando tutto ad un tratto arrivò un leone. Il leone è da sempre considerato il più acerrimo nemico dello gnu e presumibilmente quell’esemplare dovette guadare quell’enorme massa di carne più o meno come un bambino guarda estasiato le delizie che gli si presentano davanti agli occhi entrando in una pasticceria. Il leone si avvicinò indisturbato ad una parte del branco, scelse la sua preda e senza esitare gli si avventò contro. In quel preciso istante, in quel punto, si aprì come una come voragine, uno squarcio in quel indistinto mare nero fatto di carne, con tutti gli altri componenti del gruppo che si allontanavano dall’epicentro dell’aggressione, per scappare lontano e lasciare così la vittima sola di fronte al suo amaro destino. Dopo pochi minuti il malcapitato gnu era già morto esamine al suolo, mentre il leone banchettava felicemente nelle sue carni ancora calde. A pochi metri di distanza tutto era poi tornato alla normalità, con gli gnu che si erano riavvicinati al fiume ed avevano ricominciato ad abbeverarsi.

A ben guardarlo uno gnu non si può dire certo un “fringuello”, può misurare infatti fino a 2 m di lunghezza per un’altezza che può arrivare di 1,40 m e con un peso che può sfiorare i 300 Kg, insomma è una “bella bestia”, e quando si batte con un leone, anche se poi ha la peggio, mostra sempre prova di grande forza e coraggio e non di rado, con le sue grandi ed appuntite corna, riesce ad infliggere all’avversario notevoli ferite. E’ quindi evidente che se sviluppasse una seppur minima forma di difesa cooperativa, diciamo con un rapporto di uno a cinque, riuscirebbe a mettere sotto qualsiasi leone tentasse di attaccarlo. Al suo attuale stadio di evoluzione comportamentale, però, l’istinto lo spinge a scappare, un po’ come se gli suggerisse “fino a quando non tocca a te, tira a campare”. Per questo un singolo leone può fare il bello e cattivo tempo in un immenso branco di centinaia e centinaia di bestioni.

manifestazione

La scena del leone che banchetta indisturbato nell’enorme branco di gnu mi ha dato degli spunti di riflessione su quelli che molto spesso sono i comportamenti che noi esseri umani adottiamo in circostanze similari. Non è difficile constatare, infatti, che non siamo tanto diversi dagli gnu quando mostriamo poca o nessuna solidarietà nei confronti di quelle persone, o di quelle categorie di persone, che sono state colpite da palesi ingiustizie. Proprio come gli gnu siamo sempre pronti a scappare, siamo sempre pronti a voltare le spalle alla vittima di turno: al commerciante che si ribella al pizzo della mafia, agli omosessuali o ai neri picchiati per strada o ai disabili che trovano mille ostacoli nelle barriere architettoniche. Un padre si incatena davanti a Montecitorio perché non può pagare le costosissime cure per il figlio malato, ma noi lo lasciamo tristemente solo. C’è una manifestazione di metalmeccanici che protestano contro il mancato rinnovo del contratto, ma in quella manifestazione ci sono solo metalmeccanici. C’è una manifestazione di insegnanti che protestano contro i tagli alla scuola, ma in quella manifestazione ci sono solo insegnanti. Viene deciso di costruire un inceneritore in pieno centro abitato e a protestare sono solo gli abitanti delle zone circostanti. Chiaro è che con questo tipo di esempi potrei andare avanti per molto.

Anche noi, come gli gnu, fino a quando non veniamo (o pensiamo di essere) colpiti in modo diretto, in prima persona, continuiamo a bere, e lo facciamo nel fiume dell’indifferenza e dell’apatia. Per questo motivo i “leoni del potere”, e cioè i politici, quelli stanno dietro alle mafie, le banche, le assicurazioni, le multinazionali, pur essendo numericamente esigui, hanno da sempre la meglio sull’enorme massa di quelli che potrei definire “GnUmani”; perché ogni volta questi devono combattere solo con una piccola parte della società. Quando invece siamo noi ad essere colpiti, proprio come lo gnu che viene assalito dal leone, mostriamo tutta la nostra forza e tenacia e ci indigniamo anche per l’indifferenza e la scarsa solidarietà di chi ci sta a attorno.

Senza scomodare alti ideali come “l’amore universale” o altre cose del genere, basterebbe fare due semplici ragionamenti pratici per capire che la solidarietà è l’unica strada percorribile , due ragionamenti sotto certi aspetti anche un po’ egoistici, cioè di pura convenienza personale,: “se oggi è toccato a lui, domani potrebbe toccare a me” e poi “se mi batto contro un’ingiustizia, anche se non mi tocca (o penso che non mi tocchi) direttamente, sto combattendo per migliorare il mondo, mondo nel quale ci sono anche io e domani ci saranno i miei figli”.

malattie-bambini

Mi chiedo cosa mai potrebbero fare questi leoni, e come sarebbe diversa qualità della nostra vita, se i metalmeccanici si battessero anche per gli insegnanti e gli insegnanti anche per i metalmeccanici, se gli eterosessuali mostrassero solidarietà per gli omosessuali e gli omosessuali per i disabili, se i disabili si battessero anche per i neri, i Napoletani anche per i Bergamaschi e i Bergamaschi anche per i Napoletani, se ci battessimo tutti per il negoziante taglieggiato e se ci incatenassimo tutti davanti Montecitorio per solidarietà alle ragioni di quel padre disperato.