Ignoranza



Supponiamo che un soggetto A invii un messaggio M ad un soggetto B con il chiaro intento di arrecargli un’ offesa. E supponiamo anche che questo soggetto B ricevente non si accorga delle intenzioni offensive del soggetto A, e interpreti invece il messaggio M come un complimento, o un saluto o altro. E’ evidente che, stando così le cose, non si potrà certo parlare di offesa compiuta, ma solo di un tentativo andato a vuoto.
Questo è pressappoco quello che è stato il concepimento e l’approvazione della attuale legge elettorale, un tentativo di offesa andato a vuoto. Un tentativo di offesa che la classe politica italiana ha fatto al suo elettorato e che è andato miseramente a vuoto.
Che la legge fu fatta con questa intenzione lo si capisce, tra l’altro, anche dalle dichiarazioni dello stesso autore (l’allora ministro Leghista Calderoli), che la definì “una vera porcata”. Peccato però che gli Italiani non se ne siano manco accorti.

Varata nel Ottobre del 2005, fu molto discussa dai nostri cari signori politici. Le discussioni e le critiche riguardarono però solo il meccanismo dell’attribuzione dei seggi in parlamento, e cioè le soglie di sbarramento per i partiti, premi di maggioranza, ecc. Si accapigliarono insomma per mesi solo sulle modalità di spartizione delle poltrone. Una legge, si disse, fatta in nome della stabilità politica, per sbarrare il passo alla frammentazione portata dai piccoli partiti. Il teatrino fu molto triste: ogni esponente di partito argomentava con motivazioni palesemente e pateticamente di parte. Quelli dei partiti grandi, direttamente o indirettamente fautori della legge stessa, peroravano la causa di una maggiore stabilità politica, ed erano quindi a favore della nuova legge elettorale. Quelli dei partiti piccoli, invece, portavano avanti la causa della rappresentanza democratica, ed erano quindi contro la legge.
Questo trambusto distolse però l’attenzione da un altro punto fondamentale della nuova legge elettorale, un punto non certo meno importante, ma che probabilmente stava bene a tutta la classe politica, da destra a sinistra. Poco o niente si disse, infatti, sul nuovo meccanismo di votazione che avrebbe previsto la sola preferenza del simbolo di partito. Niente più nomi sulla scheda elettorale quindi, con l’ignaro elettore che avrebbe in questo modo perso per sempre il diritto sacrosanto di scegliersi direttamente il candidato. Solo simboli, quasi a voler evitare al elettore l’incombenza di leggere e/o scrivere per esteso il nome ed il cognome del candidato: una semplificazione fatta su misura per un popolo di analfabeti o giù di li.

Non so perché a questo proposito mi viene in mente l’Africa. In alcuni paesi del continente nero, dove il tasso di analfabetismo è molto alto, sulle schede non viene riportato il nome del candidato né viene richiesto di scriverlo. Anche li bisogna apporre semplicemente una croce, un segno. In quei paesi però sulle schede ci mettono le foto dei candidati così che l’elettore, analfabeta, il segno lo mette direttamente sulla faccia del politico che vuole scegliere. Un sistema quantomeno che privilegia la trasparenza. La faccia, infatti, rivela molto del carattere di un uomo. Qualcuno, non ricordo chi, ha detto che: “prima dei quarant’anni, ognuno ha la faccia che gli hanno dato i suoi genitori, dopo, ognuno ha la faccia che si merita“.

In Italia invece non solo non mettono le facce dei candidati sulle schede, ma addirittura non mettono nemmeno i nomi. In un certo senso il ragionamento che hanno fatto i politici è stato un po’ quello di dire: “voi elettori scegliete pure il colore, la figura, il simboletto che al resto pensiamo noi“. Perché adesso con questa legge elettorale, con questo sistema di voto, i partiti possono candidare nelle proprie liste chiunque senza farsi nessun problema di sorta. Anche un mafioso, un camorrista, un pregiudicato o un indagato di qualsiasi genere.
Non che questo non avvenisse anche prima, certo. Ma almeno, con il vecchio sistema, c’era più trasparenza e l’elettore si assumeva in parte la responsabilità morale della sua scelta. Con la nuova legge invece l’elettore non saprà nemmeno il nome di chi manda sui banchi del parlamento con il suo voto.
Però nessuno ne parla. Gli Italiani non se ne lamentano. La maggior parte della gente crede che questi siano problemi secondari. Ma non è così. Questa legge elettorale è un vero e proprio colpo al cuore del nostro già morente sistema democratico. Bene. Molto bene. Andiamo avanti così. Aspettiamo adesso il prossimo, quello finale: il voto elettronico. Magari organizzato in concomitanza con le nomination del grande fratello.

Il più grande crimine che gli uomini possono compiere nei confronti dell’umanità intera è quello di mortificare il pensiero e la comunicazione. L’atto del pensare, e la comunicazione di esso, sono infatti le sue più nobili attività, le facoltà che più lo contraddistinguono rispetto a tutti gli altri esseri viventi della terra, le bestie, che hanno invece come unici orizzonti quelli di riempirsi lo stomaco e riprodursi.

Saremmo già a buon punto se tutti noi avessimo ben chiara la differenza di significato che c’è tra le parole “stato” e “istituzioni”.

La scuola più che insegnare a fare dovrebbe insegnare ad essere.

Egregio signor Cannavaro Fabio, le scrivo queste poche righe in merito alle sue recenti dichiarazioni sullo scrittore napoletano (suo concittadino) Roberto Saviano. Pare che lei abbia definito Gomorra, il libro Saviano, come opera nociva per l’Italia. Come qualcosa che appiccicherebbe al nostro paese l’ennesima etichetta negativa. Sembra anche che lei si sarebbe lamentato del fatto che a Madrid, dove adesso lavora, un suo collega compagno di gioco le avrebbe dato del mafioso solo perché Italiano.
Cosa dire delle sue affermazioni ? Da napoletano confesso di essere sinceramente imbarazzato! Si. Perché non potendo e non volendo pensare che non le stia a cuore la sorte della nostra amata città, sono costretto a confidare che (nella sua infinita ingenuità) lei pensi che non parlando di un problema questo si risolva da solo. Mi dispiace deluderla però, perché non è cosi che funzionano le cose. Non nel mondo reale almeno. Al contrario, anzi. Dovrebbe sapere che il primo passo verso la risoluzione di un problema è sempre la comprensione del problema stesso.

Su via, signor Cannavaro Fabio, non è certo lo scrittore Saviano a nuocere alla nostra immagine ma i personaggi di cui parla nel libro; e se all’estero associano la mafia all’Italia non è perché ci sono scrittori che ne parlano, ma perché la mafia, come la camora, esistono davvero. Lo capisce anche un bambino questo.
Non le chiedo certo di vergognarsi per quello che ha detto, perché probabilmente anche volesse non ci riuscirebbe. Quello che le chiedo, invece, e di non credere che io c’è l’abbia con lei. Lo so bene che la colpa non è sua. Lei ha viaggiato tanto, è abituato a parlare ai microfoni di mezzo mondo di falli, di rigori, di assist, di fuori gioco. Il fatto è che ad un certo punto si è solo trovato d’avanti al microfono sbagliato. Nel momento giusto. Oh, pardon volevo dire “sbagliato”. Tutto qui.
E poi, infondo, che lei abbia detto queste cose poco importa. Il problema è invece un altro signor Cannavaro Fabio. Il problema è che troppi Italiani la pensano proprio come lei; pare che siano addirittura maggioranza nel paese ! Lo sa che anche altri noti personaggio hanno preso, più o meno velatamente, le distanze da Saviano? Proprio come lei signor Cannavaro Fabio. Non si senta solo quindi. Tanto per farle un esempio, il direttore di un noto TG nazionale ha sottolineato il fatto che lo scrittore sta si rischiando la vita ma che infondo ci ha anche guadagnato un sacco di soldi.
Cosa dire allora dei soldi che guadagna lei tirando quattro calci ad una palla di cuoio ? Perché, dopo tutto, è questo quello che lei nella vita ha imparato a fare: tirare calci ad una palla. E menomale, chissà cosa avrebbe fatto altrimenti.
Le ripeto, non c’è l’ho con lei. Ritornando poi all’increscioso episodio di Madrid, deve credermi, a me personalmente è dispiaciuto molto che quel suo amico le abbia dato del mafioso. Sono sicuro che sarà stata una situazione imbarazzante per lei. Mi consenta allora di darle un consiglio. Impari bene lo spagnolo, sempre che non l’abbia già fatto, e se ne rimanga li dov’è, in Spagna. Si mimetizzi bene, se ci riesce.
Da suo grande ammiratore, quale mi ritengo di essere, mi sento infine di darle un ultimo consiglio : non torni più a Napoli, o almeno non lo faccia per un po’, diciamo per un ventennio. Sa com’è, con le cose che le escono dalla bocca, e con l’aria che tira in questo periodo in Italia rischia che la candidano a sindaco alle prossime elezioni comunali. E magari poi viene anche eletto. E mi creda, da amico, è un augurio che non mi sentirei proprio di farle.

Chi pensa che eventi significativi del passato, anche molto lontani nel tempo, non influiscano sul presente, dovrebbe seriamente ripensare a come ha speso il suo tempo tra i banchi di scuola durante le lezioni di storia. Il passato non passa mai del tutto, è sempre presente nel presente. La verità è che le generazioni che si susseguono nel corso dei millenni sono legate tra loro in maniera indissolubile, come le maglie di una lunga catena.

Mi trovavo nella metropolitana, nella collinare per la precisione, quella che collega il quartiere di Secondigliano al centro storico della città. Destinazione la centralissima Piazza Dante, ultima fermata della tratta.
Di fronte a me un ragazzo, sui trent’anni, posizionato in prossimità di una delle porte di uscita. Se ne stava da solo, a testa bassa. Faceva strani movimenti con la testa, con le braccia, tic nervosi a ripetizione e poi parlava da solo. Non dava fastidio a nessuno, ma a chiunque sarebbero bastati pochi secondi di attenzione per cogliere in quei comportamenti chiari ed evidenti segni di disturbi psichici.
Pena e rabbia dentro di me per una vita chiaramente segnata. Una vita destinata alla solitudine ed alla emarginazione. Credo che la malattia mentale sia la cosa di più terribile che possa colpire un essere umano.
Dietro di me, seduti, una giovane coppia di fidanzatini e una signora sui cinquanta anni. Ridevano i tre. Sottovoce. Quando mi sono girato e li ho osservati ho capito che stavano ridendo del ragazzo. Lo guardavano di sbieco, avidi di cogliere in lui nuovi e divertenti atteggiamenti da commentare.
Quando il ragazzo, che comunque non si è certo accorto delle loro attenzioni, è sceso, i tre hanno cominciato a commentare liberamente.
Era evidente che si sentivano importanti in quel momento. Gratificati. Divertiti. Soddisfatti della loro manifesta superiorità. Parlavano del ragazzo con quel classico atteggiamento del “Guarda che tipi ci sono in giro”. Un miscuglio di cattiveria e ignoranza li animava nella conversazione.

Da parte mia solo uno sguardo di disgusto, soprattutto (data l’età all’anagrafe) nei confronti della signora. Sarei voluto intervenire. Avrei voluto fare una “chiavica” (che in napoletano vuol dire schifezza) quei tre. Non l’ho fatto. Forse sto imparando a vivere. Col tempo sto capendo che lottare contro l’ignoranza è una battaglia persa in partenza, come combattere contro i mulini a vento.
Prendere atto del fatto che persone adulte hanno un livello mentale che raggiunge si e no gli otto nove anni è molto triste. Ancora oggi, a ben pensarci, non so bene se avrei dovuto provare più pena per quel ragazzo affetto da malattia mentale o per quei tre cosiddetti normali “sani di mente”.

Tempo fa mi trovai a far visita a certi miei parenti, per il matrimonio di una mia cugina. La cerimonia nunziale fu l’argomento principale della conversazione nella quale mi trovai subito catapultato. Tra le altre, ricordo bene, si faceva spreco di elogi per il giovane parroco (coetaneo ed amico dello sposo) che aveva tenuto il corso prematrimoniale e che avrebbe anche celebrato il matrimonio. Da sottofondo a queste ed altre parole faceva l’audio dell’immancabile televisione.
Ad un certo punto, il telegiornale catturò l’attenzione dei presenti, con la notizia di un massiccio sbarco di clandestini sulle coste Italiane.
Terminato il servizio, il futuro sposo (che di li a poco si sarebbe dovuto inginocchiare d’avanti a Dio) prese la parola dettando a tutti i presenti la sua personale ricetta per risolvere quel increscioso quanto fastidioso problema. Fosse stato per lui avrebbe usato i cannoni per affondare quelle navi.
“Accidenti” pensai “menomale che da poco hai seguito un corso di catechismo …”.
Comunque lasciai correre, non dissi nulla e la conversazione continuò a scorrere sui suoi tristi binari.
Soluzioni impossibili
Il problema degli sbarchi clandestini in Italia è ancora qui, che attende una soluzione. Le cose non sono cambiate in questi pochi anni, sono peggiorate anzi. L’Italia, si sa, è uno dei paesi più esposti a questo fenomeno. Vuoi per la sua posizione geografica, vuoi per la sua morfologia.
Cosa fare per arginare il problema dell’immigrazione clandestina ? Respingerli ? Questo equivarrebbe ovviamente a condannarli a morte. Infatti quando questi barconi della miseria, o “carrette del mare” (termine tanto di moda), giungono sulle nostre coste, le condizioni dei passeggeri sono sempre a dir poco disperate, pietose. Uomini, donne e bambini stipati come bestie, disidratati, malnutriti e in condizioni igieniche disastrose. Alcuni di loro non arrivano nemmeno a destinazione, muoiono durante il viaggio e come sacchi di spazzatura vengono buttati in mare.
Alcuni propongono di soccorrerli sulle navi stesse, rifocillarli, curarli, rifornirli di carburante e rispedirli nel paese di provenienza. Ma quale provenienza mi chiedo? Dove ? In quale paese ? I conducenti si mimetizzano tra i passeggeri, scappano, si nascondono. E anche quando se ne conosce la provenienza, essendo queste imbarcazioni clandestine, sono per definizione senza nazionalità, e quindi non rimpatriabili.
Anche prendere accordi con i paesi di provenienza, per bloccare gli sbarchi clandestini in partenza, sembra un utopia; non riusciamo noi a sconfiggere le nostre mafie, come pretendere che paesi del “terzo mondo”, con livelli di corruzione ancora più alti del nostro (forse !?), riescano ad arginare fenomeni “malavitosi” di tale portata. E sia ben chiaro che sto parlando del problema sbarchi non di quello della immigrazione.
Contro il negri usiamo
pure i cannoni
Affondarli a cannonate, allora. Di sicuro questa sarebbe la soluzione più efficace, almeno dal punto di vista economico. E sono sicurissimo che molti Italiani, proprio come quel mio parente, non ci penserebbero su due volte nel risolvere il problema in questo modo. Lo sento nel tono delle conversazioni che ascolto. Lo vedo negli sguardi della gente. Lo respiro nell’aria.
Valori senza valore
Ho l’impressione che l’unica preoccupazione sia quella di conoscere il numero delle persone sbarcate. Aggiornare le statistiche dei presenti in Italia. Tenere sotto controllo il livello di contaminazione del paese. Alla faccia dei tanto decantati valori cristiani.
E già, perché queste persone sono proprio quelle che si dicono essere, più di ogni altro, gelose di questi valori. Valori Cristiani che però si guardano bene da mettere in pratica, ma che utilizzano solo come paravento, per sentirsi “parte di una squadra”, “di una tribù” e creare stupide contrapposizioni tra civiltà.
Ma di quali valori parlano ? Esiste forse un valore più alto della vita umana ? E quale valore danno allora a quelle vite su quei barconi ? O forse che la vita di un Africano, di un Albanese o di un Romeno valga meno di quella di un Italiano ? O che per questi pseudo-cristiani falsi e ipocriti l’anima abbia un colore o una nazionalità ? Non mi sembra che sia scritto nel vangelo.
Quello che è certo è che se Gesù Cristo fosse qui, vivo, sarebbe su uno di quei barconi, non certo su una poltrona a guardare la TV.
Piccole menti che non crescono
Il ragionamento che fanno questi piccoli uomini è quello di pensare che il problema non li riguardi affatto. Si nascondono dietro parole come “nazione”, “paese”; non riuscendo a capire che su ogni una di quelle carrette del mare c’è il fallimento dell’umanità intera. E non si può neanche parlare di razzismo, perché qui si tratta di ignoranza.
Un ragionamento egoistico oltre ché irrealistico. Egoistico, in quanto volto unicamente a mantenere uno squallido “stato di cose” che assicura loro una immeritata quanto illecita ricchezza materiale. Irrealistico, perché non tiene conto dell’ovvio fatto che non ci saranno mai ne confini, ne barriere, ne controlli efficaci al punto di poter contro battere l’istinto di sopravvivenza di persone che ogni giorno muoiono di fame e miseria.

Prima ancora di promuovere misure per una sua crescita economica, uno stato veramente degno di questo nome dovrebbe sforzarsi per favorire la crescita degli individui, sia sul piano morale che su quello culturale.
Perché la dignità, la consapevolezza del nostro valore in quanto esseri umani, la nostra autostima, sono i beni più preziosi ai quali possiamo aspirare.