La ricerca della felicità

La felicità è uno stato mentale, uno stato mentale in cui si avverte un completo benessere psicofisico. Quando si è felici ci si sente in armonia con se stessi, con la natura e con gli altri.
Almeno apparentemente crediamo di poter raggiungere la felicità attraverso il soddisfacimento di desideri. Tipicamente questi desideri che consistono nel possesso di cose, persone, conoscenze, traguardi, ecc..
In realtà le cose non stanno proprio così. Quello che facciamo, in molti casi, è vincolare fortemente la nostra felicità alla infelicità degli altri e, analogamente, vincolare la nostra infelicità alla felicità altrui.
Crediamo di desiderare un buono stato di salute, un posto di lavoro gratificante, soldi, una bella compagna (o compagno), una bella casa, una macchina, una vita intensa, ecc.. In realtà non vogliamo quelle cose in quanto tali, in assoluto. Non vogliamo una casa bella e grande, vogliamo bensì una casa che sia almeno più grande e più bella di quella dei nostri vicini, parenti o amici. E lo stesso vale anche per la macchina, per il lavoro, e per tutto il resto. Infelicità altrui che genere felicità propria.

Infelicità che genera felicità
Pesiamoci bene. I ricchi di 100 anni fa non avevano nella loro vita le comodità che oggi la tecnologia ha messo a disposizione delle persone appartenenti alla classe medio-bassa. Non avevano automobili comode e veloci come quelle che abbiamo oggi, non avevano ne la televisione (fortuna loro) ne il cinema; non nemmeno avevano l’energia elettrica. Addirittura non avevano l’acqua calda per lavarsi e i servizi igienici facevano letteralmente schifo.
Tanto per fare un esempio, i reali di Francia facevano largo uso di profumi perché puzzavano come capre e le loro parrucche erano infestate di pidocchi.
In ogni caso, i ricchi hanno comunque (per definizione) sempre avuto molto di più rispetto ai poveri della loro epoca. Era la consapevolezza di questa situazione che li faceva sentire “bene”, era questo che dava loro soddisfazione e li faceva sentire realizzati. Bisogna concludere allora che in una certa misura, noi siamo soddisfatti solo in ragione dalla insoddisfazione dei nostri simili. E questo è per la verità (o quantomeno a mio avviso) molto triste.

Felicità che genere infelicità
Faccio l’esempio opposto. Felicità altrui che genere infelicità propria. Prendiamo il caso di Mario (personaggio inventato al momento). Mario vive da solo. La sera torna a casa da lavoro. Per lui non è un gran problema quello di prepararsi la cena, vedere po’ di televisione ed andare a letto. Può darsi che non ritenga la sua vita particolarmente soddisfacente ma comunque va avanti. E delle sere è anche particolarmente eccitato perché in televisione danno quel film che gli piace tanto. O perché al supermercato ha comprato, per il dopo cena, un dolce particolarmente buono.
Ma adesso a Mario succede una cosa strana. E’ il 31 dicembre, l’ultimo dell’anno. Mario ha visto un grande fermento per le strade, nei negozi. Tutti che si organizzano per il cenone di fine anno. Arriva la sera e Mario si sente molto solo. Molto più solo delle altre sere. Ma la sua condizione non è cambiata. La sua serata si svolge ne più e nemmeno come quelle dei giorni passati. Era solo nei giorni passati ed è solo adesso. Quello che è cambiato è la percezione che lui ha dell’esterno. Lui pensa ai suoi amici che hanno una famiglia, dei figli, una moglie. La sua infelicità in quel momento quindi dipende non tanto da quello che non ha, ma da quello che pensa abbiano gli altri.
E fu così che gli uomini, nonostante tutti i loro sforzi, non raggiunsero mai la tanto agognata felicità. In realtà, tutto quello di cui avevano bisogno per vivere felici era acqua e pane nello stomaco, un po’ d’aria nei polmoni e tanto amore nel cuore.




















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