Il bello del pallone e le assurdità del calcio
All’età dieci anni la mia attività preferita era quella di giocare al pallone con gli amichetti del mio paese. Specialmente in estate, con le giornate lunghe di sole e senza l’incubo della scuola, si cominciava al mattino e si finiva la sera tardi. Si giocava fino a quando un po’ di luce permetteva di inquadrare ancora la porta e distinguere i compagni di squadra dagli avversari.

Giocavamo in uno spazio abbastanza grande, la palestra all’aperto della scuola elementare; ufficialmente per noi inaccessibile lo raggiungevamo facilmente scavalcando il recinto a delimitazione dell’ edificio. A fare da pali per le porte erano pietre posizionate alla bene e meglio; per questo motivo si inscenavano sempre infiniti battibecchi per stabilire se il tiro fosse entrato o meno nello specchio della porta. Non ero molto veloce, e, data la mia struttura fisica non proprio imponente, nei contrasti avevo quasi sempre la peggio; avevo però un controllo di palla davvero invidiabile.
Ricordo che per formare le squadre si faceva il classico “tocco” (la conta), con due di noi che a turno, una volta l’uno e una volta l’altro, sceglievano i componenti delle formazioni. Ovviamente i più bravi erano sempre i primi ad essere scelti; con il “tocco”, però, era garantito un sostanziale equilibrio di valori in campo tra le due squadre. Certo, chi vinceva la conta poteva prendersi il più forte, subito dopo però l’altro aveva la possibilità di scegliersi il secondo in ordine di importanza e così via fino ai più “scarsi”, che tipicamente venivano piazzati in difesa o in porta. Prosegui la lettura…




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