Il bello del pallone e le assurdità del calcio

Sole che batte sul campo di pallone

Quando avevo dieci anni la cosa che più amavo fare era quella di giocare a pallone con gli amici. Specialmente in estate, con le giornate lunghe di sole e senza l’incubo della scuola, si cominciava al mattino e si finiva la sera tardi. Si giocava fino a quando un po’ di luce permetteva di inquadrare ancora la porta e distinguere i compagni di squadra dagli avversari. Non ero molto veloce e nei contrasti e, data la mia struttura fisica non imponente, avevo quasi sempre la peggio; possedevo però un invidiabile controllo di palla.

Giocavamo in uno spazio abbastanza grande: la palestra all’aperto della scuola elementare del paese. Ufficialmente per noi inaccessibile la raggiungevamo scavalcando il recinto che delimitava l’edificio scolastico.

I pali delle porte erano pietre posizionate alla bene e meglio; per questo motivo si inscenavano sempre infiniti battibecchi per stabilire se un tiro fosse entrato o meno. Per formare le squadre si faceva poi il classico “tocco” (la conta): a turno due di noi sceglievano i componenti delle formazioni. Ovviamente i più bravi erano sempre scelti per primi, però con quel sistema era sempre garantito un sostanziale equilibrio di valori in campo. Certo chi vinceva la conta poteva prendersi il più forte, subito dopo però l’altro aveva la possibilità di scegliersi il secondo in ordine di valore e così via fino ai più “scarsi” che venivano piazzati quasi sempre in difesa o in porta.

E non è che non ci tenessimo a vincere. Anzi, molte volte le partite finivano addirittura a calci e pugni! Sarebbe stato però impensabile giocare una partita con gli elementi più forti tutti da una stessa parte. Non avrebbe avuto alcun senso perché così facendo avremmo saputo il vincitore prima ancora di iniziare la partita perdendo quella emozione che sta proprio nell’incertezza del risultato.

Il calcio S.p.a.: società per azioni… di borsa

A ben pensarci però, questo è proprio quello che da sempre accade nel campionato di calcio italiano (ma lo stesso vale anche per gli altri paesi). Basti pensare che dal dopoguerra ad oggi ben 47 dei 64 campionati disputati sono stati vinti da tre società soltanto: Juventus, Milan e Inter [albo d’oro]; le tre squadre più ricche, ovviamente. Con i loro soldi questi clubs hanno sempre avuto la possibilità di comprarsi i giocatori più forti: un sistema dove il fattore determinante per il raggiungimento dei risultati è quello economico e dove invece assumono importanza minore le capacità sportive: il saper gestire lo spogliatoio, motivare i calciatori, scoprire nuovi talenti, trovare nuovi metodi di allenamento, tattiche di gioco, ecc.

Un sistema quindi che di sportivo ha ben poco e dove paradossalmente sarebbe più coerente tifare direttamente per le società di riferimento (commerciali, manifatturiere, petrolifere, metalmeccaniche, ecc.): intonare cori per l’amministratore delegato, esultare per gli aumenti di capitale sociale, disperarsi per un calo nelle vendite, chiedere l’autografo ai membri del consiglio di amministrazione, abbonarsi alla pay-tv per seguirei in diretta le riunioni di lavoro dei dirigenti.

A giudicare dall’interesse che suscita il mondo del calcio pare però che i tifosi siano contenti così (chi scrive è un ex appartenente a questa categoria). Anzi, per esserlo ancora di più oltre il 60% di loro si è scelto come squadra del cuore proprio una di queste tre [statistica dei tifosi]; come dire che è sempre bello stare sul carro del vincitore.

Comunismo calcistico

Ripensando a quelle partite giocate da ragazzino penso che rischierebbe il linciaggio chi proponesse una sorta di regola del tocco per il campionato di calcio in modo da riequilibrarne le forze in campo; ad esempio con un tetto massimo di spesa per le società (così come era stato paventato per la F1). E forse costui sarebbe anche accusato di “comunismo” calcistico.

In fin dei conti, quello che per noi ragazzini sarebbe stato assurdo e illogico viene felicemente accettato dagli adulti come il miglior modello praticabile. Una cosa è però il gioco del pallone, altro invece è il calcio.

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