Il Blog di Mimmo Guarino
delicious
google-bookmarks
preferiti
Mettilo fra i tuoi preferiti:
...dovrà pure esistere una vita prima della morte
emergency
libera
peacereporter
log_amnesty
cittadinanza-attiva
articolo21
gruppoabele
medicisenzafrontiere
greenpeace
caino
enpa
wwf
ecoradio
unicef
legambiente
antimafia2000
telefonoazzurro
unicef
casadelledonnne
disinformazione.it
addiopizzo
disabili
adiconsum
peacelink
riceverai tutte le novità
nella tua casella di posta
facebook
youtube
Home > Razzismo e diritti umani > Io clandestino, ostracismo in ascensore

Io clandestino, ostracismo in ascensore

ostracismo

Giunto alla stazione di Chiaiano scendo dalla metro e, sovrappensiero come sempre, mi dirigo verso l’ascensore. Arrivo a destinazione e davanti a me già un nutrito gruppo di persone, in attesa dell’arrivo al piano dell’elevatore. Finalmente la cabina arriva, le porte si aprono, le persone davanti a me entrano. Io pure.

Passano alcuni secondi, ma le porte automatiche non fanno il loro dovere, non si richiudono e l’ascensore non accenna a muoversi. Dopo un po comincio a sentire le lamentele dei passeggeri. Anche io sono infastidito ma sto pensando ad altro, perciò non realizzo cosa sta realmente succedendo. Non realizzo che l’ascensore non si muove per il semplice fatto che è stato superato il peso massimo consentito, che c’è almeno una persona di troppo nella cabina. Ne tanto meno realizzo che l’ultimo ad essere entrato sono proprio io.

Una signora, credo sia Indiana, si lamenta, dice che è stanca, che ha avuto una giornata durissima di lavoro e che vuole tornare al più presto a casa. Un signore, anziano, indispettito, espone chiaramente la situazione: ci sono troppe persone nella cabina, deve uscire l’ultimo che è entrato. Insomma tutti hanno capito il problema e la soluzione, meno che io.

Passano altri secondi. Realizzo, finalmente. Imbarazzo totale. Anzi, panico. L’istinto e l’orgoglio mi spingono a cercare soluzioni alternative. Se mi fossi subito accorto della cosa non avrei avuto problemi a farmi da parte, ma adesso non posso uscire così di scena, non dopo tutto quel tempo passato ad aspettare. Provo a premere qualche pulsante. Niente, purtroppo. L’ascensore non si muove.

Altri brevissimi, ma interminabili, istanti di imbarazzo. Poi devo arrendermi alla evidenza dei fatti, sollecitato anche dal mormorio crescente dei presenti, ed obbedire ad una legge non scritta che mi obbliga chiaramente a togliere il disturbo. Devo uscire.

Come in un antico rito tribale di ostracismo esco da quella piccola comunità, mi allontano dal gruppo, per andare incontro al mio destino: scendere le scale a piedi. Camminando solitario sulla banchina della stazione, lasciata ormai deserta dalle persone che nel frattempo hanno già raggiunto l’uscita, provo, seppur per pochi istanti, sensazioni sgradevoli, insolite.

immigrati clandestini

Facendo le debite proporzioni mi sento come forse devono sentirsi quegli immigrati clandestini che, beccati dalla polizia locale, vengono rispediti nel loro paese d’origine. Come un anziano indigeno che viene invitato a lasciare il suo villaggio e a lasciarsi morire solitario nella foresta, così da lasciare spazio vitale ai giovani della tribù.

Ma il mio disagio ha i secondi contati. Finite oramai le scale, raggiungo l’uscita della stazione. Fuori ci sono tante persone che aspettano il pullman sulla fermata. Mi confondo tra loro, divento uno di loro, pari tra i pari. Finalmente. Sono reintegrato.

  1. 22 luglio 2009 a 18:09 | #1

    Ciao Mimmo,
    interessante il tuo post! Anch’io vorrei trattare questo tema e prima o poi lo farò!
    Un abbraccio
    don luciano

Pagine dei commenti
1 2 1527
  1. 15 luglio 2009 a 16:33 | #1