Il Blog di Mimmo Guarino
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...dovrà pure esistere una vita prima della morte !

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Archivio per la categoria ‘Società’

Slalom tra i cassonetti della spazzatura

31 luglio 2009 Mimmo Guarino 6 commenti
padre_alex_zanotelli

E’ un freddo Venerdì di Febbraio a Marano e in piazza va in scena l’ultima manifestazione di protesta prima dell’apertura della discarica nella cava della limitrofa Chiaiano. Tempo qualche giorno ed arriveranno i camion per sversare i primi rifiuti. Diverse centinaia di persone ascoltano il prof. de Medici e Carlo Migliaccio (presidente della Commissione “Ambiente e Territorio”); dai microfoni anche il prete missionario Alex Zanotelli ed il vice sindaco Mauro Bertini. La manifestazione è sulla oramai famosa rotonda Titanic, dove da mesi i manifestanti hanno allestito un presidio permanente.

A cento metri di distanza due bidoni della spazzatura rovesciati sulla strada impediscono il passaggio alle auto che arrivano dal centro del paese. Gli automobilisti che arrivano sbracciano, hanno già capito. Non è la prima per loro trovare la strada sbarrata in questo modo. Alcuni dei più temerari riescono lo stesso a passare. Buttano due ruote sul marciapiede a lato e oltrepassano l’ostacolo. Uno slalom tra i cassonetti della spazzatura.

cassonetti_spazzatura-manifestazione-discarica-chiaiano

Uno di loro, in particolare, cattura la mia attenzione. Dopo dopo essere riuscito a passare, si ferma ed esce dalla macchina. E’ visibilmente turbato, preoccupato. Non si cura dei manifestanti che sono li a pochi metri più avanti, ma osserva molto bene, con molta attenzione, la sua auto dentro la quale è rimasta una donna, probabilmente la moglie. L’uomo si abbassa e controlla se la fiancata ha subito danni nella azzardata manovra fatta. Carezza dolcemente la sua creatura di metallo, poi rassicurato rientra nell’abitacolo; mette in moto e va via.

Uno di quei tanti Italiani che lavorano sodo, quell’automobilista. Uno di quei tanti che lavorano ogni giorno, a testa bassa. Uno di quei tanti che producono, che mandano avanti la baracca e che la sera hanno pure il sacrosanto diritto di distrarsi d’avanti al televisore, guardando magari qualche programma disimpegnato. Uno di quei tanti Italiani che non fanno chiacchiere ma fatti e che non hanno tempo da perdere in una manifestazione, anche se in quella manifestazione si cerca disperatamente di salvare il futuro, la salute, delle prossime generazioni.

comitato_antidiscarica

Intanto la manifestazione volge al termine. Molte persone tornano alle loro case e alle loro cose. Nel gazebo del comitato gli irriducibili del comitato. Qui la gente trova anche la forza per ballare e cantare sulle note di famose tarantelle napoletane. L’aria si accende all’improvviso. La rabbia e la rassegnazione lasciano magicamente spazio alla gioia. Alla gioia di vivere, di esserci, di stare assieme, di condividere un obbiettivo comune. E’ incredibile l’atmosfera che si respira. Sulle note di ‘O sudato ‘nnammurato alcuni escono dal riapro del gazebo e sfidando la pioggia danzano davanti alla camionetta della polizia. Nemmeno loro, i poliziotti, riescono a trattenersi e si lasciano sfuggire un sorriso; ci salutano. In quel momento, quel gazebo, diviene il centro del mondo intero.

Chissà dove sarà finito quel automobilista, quello così preoccupato della sua bella macchina. Chissà cosa starà guardando in televisione, quel automobilista.

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Il bello del pallone e le assurdità del calcio

27 luglio 2009 Mimmo Guarino 4 commenti

All’età dieci anni la mia attività preferita era quella di giocare al pallone con gli amichetti del mio paese. Specialmente in estate, con le giornate lunghe di sole e senza l’incubo della scuola, si cominciava al mattino e si finiva la sera tardi. Si giocava fino a quando un po’ di luce permetteva di inquadrare ancora la porta e distinguere i compagni di squadra dagli avversari.

spiazzo

Giocavamo in uno spazio abbastanza grande, la palestra all’aperto della scuola elementare; ufficialmente per noi inaccessibile lo raggiungevamo facilmente scavalcando il recinto a delimitazione dell’ edificio. A fare da pali per le porte erano pietre posizionate alla bene e meglio; per questo motivo si inscenavano sempre infiniti battibecchi per stabilire se il tiro fosse entrato o meno nello specchio della porta. Non ero molto veloce, e, data la mia struttura fisica non proprio imponente, nei contrasti avevo quasi sempre la peggio; avevo però un controllo di palla davvero invidiabile.

Ricordo che per formare le squadre si faceva il classico “tocco” (la conta), con due di noi che a turno, una volta l’uno e una volta l’altro, sceglievano i componenti delle formazioni. Ovviamente i più bravi erano sempre i primi ad essere scelti; con il “tocco”, però, era garantito un sostanziale equilibrio di valori in campo tra le due squadre. Certo, chi vinceva la conta poteva prendersi il più forte, subito dopo però l’altro aveva la possibilità di scegliersi il secondo in ordine di importanza e così via fino ai più “scarsi”, che tipicamente venivano piazzati in difesa o in porta. Prosegui la lettura…

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Alcuni lo chiamano lavoro

27 giugno 2009 Mimmo Guarino 6 commenti
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Un mondo del lavoro ipertecnologico il nostro, in continua evoluzione per dare risposte sempre più esaudienti rapide alle domande del mercato.

Venditori d’assalto, cacciatori di teste e procacciatori d’affari. Tecniche sopraffine di marcketing. Ricerca delle competenze distintive e del customer satisfaction. Public relation e public affaire. Pianificazioni a lungo, medio e breve termine.

Bonus annuali e provvigioni sui contratti. Corsi di alta formazione, corsi a distanza, corsi e corsi e ricorsi. Briefing aziendali. Incontri al vertice, incontri alla base e incontri ai lati. Tavole rotonde e tavole quadrate. TAV, frecce rosse, frecciate e fragnacce. Aerei super comodoveloci per colazione in Cina, pranzo in Russia e cena in Giappone. Connessioni globali a banda larga e super larga.

E poi teleconferenze planetarie, con pausa caffè virtuale incorporata e mini auricocellulari incorporati nei padiglioni auricolari. Audit aziendali. Mission. Sistemi di qualità. E-business, E-mail, E-learnig, E-book, E-mobast. Macchine aziendali e navigatori satellitari. Project manager. Valutazione dei rischi e gestione delle risrse. Computer portatili e porte USB. Computer tascabili, tasche computerizzate.

Gli unici lavoratori però che vedo ancora sorridere sul loro posto di lavoro sono i lavavetri-fazzolettinidistributori Africani che incontro ai semafori.

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Vite senza importanza, su un ponteggio in allestimento

21 giugno 2009 Mimmo Guarino 8 commenti
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Sono appena arrivato sul luogo dell’appuntamento quando la mia attenzione viene catturata da un ponteggio in fase di costruzione. Proprio li, davanti a me, a pochi metri di distanza dal marciapiede dove mi trovo. Gli operai, alla sommità del ponteggio, stanno montando i tubi che vengono sollevati dal basso da un altro operaio con una piccola carrucola ed una fune di canapa. Il ponteggio, come detto, è in fase di costruzione e quindi è privo di ogni protezione anticaduta.

A testa alzata comincio ad osservarli con sempre più insistenza, prima dal punto dove mi trovo in quel momento, poi dall’altro lato della strada dove mi sposto per vedere meglio. Entrambi sono senza casco e senza cintura di sicurezza. Hanno si indossato l’imbragatura della cintura ma non l’hanno fissata da nessuna parte, a mo di gilet quindi, perfettamente inutile. Tutto questo in pieno centro (che più centro non si può) di Napoli. Scatto velocemente una foto.

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Rimango ancora li guardare a testa all’insù quando uno di loro si accorge della mia presenza. Si susseguono una serie di “occhiate” reciproche. Io faccio finta di niente, poi gli sguardi si incrociano di nuovo, ci fissiamo per qualche secondo, anche se siamo a distanza considerevole. Dopo poco vedo l’uomo agganciare (finalmente) il cordino della sua cintura ad un tubo del ponteggio. Subito dopo scende al piano sottostante, prende un casco e lo indossa. Dopo poco anche il suo collega fa lo stesso. Scatto fugace un’altra foto.

Chiaramente, i due operai, pur avendo ricevuto in dotazione sia casco che cintura, non avevano indossato ne l’uno ne l’altro. Solo quando si sono accorti di essere osservati, sapendo di essere in difetto, hanno fatto il loro dovere. Suppongo che, se uno di loro fosse caduto da quel ponteggio sfracellandosi al suolo, nessuno si sarebbe soffermato sulle responsabilità della stessa vittima. Tutti avrebbero puntato il dito contro il solo datore di lavoro (che comunque è bene ricordare ha sempre l’obbligo della vigilanza).

Purtroppo ancora oggi manca una vera cultura della “sicurezza lavoro”, sia ai datori di lavoro, sia (e forse ancora di più) ai lavoratori stessi. Lavoratori che troppo spesso, confidando nella loro esperienza ed abilità, omettono di prendere le necessarie misure di sicurezza.

Mi chiedo da dove nasca tanta superficialità e scelleratezza. Personalmente credo che l’eventualità di perdere la cosa più preziosa che si possiede, e cioè la propria vita, dovrebbe di per se essere un deterrente sufficiente a scoraggiare tali malsani comportamenti. Penso quindi che un tale sprezzo per il pericolo possa essere giustificato solo da uno scarso rispetto ed attaccamento alla propria vita. Viviamo in una società dove le uniche cose che contano sono i soldi ed il potere e in un tale tipo di società, le vite degli operai, che non possiedono ne l’uno ne l’altro, sono, per forza di cose, vite senza importanza.

Vite da operai. Vite senza speranza; se non quella del “gratta e vinci”. Vite corrotte dalle umiliazioni. Abituate a sentirsi dare del “Tu” da tutti. Ad essere guardate dall’alto in basso. Abituate ad essere comandate. Vite consumate dalla fatica e logorate dalla monotonia, drogate dal fumo delle sigarette e dall’alcol dei bicchierini bevuti, la sera, al bar con gli amici.

Sarà una utopia, ma a me piace pensare che un giorno i “diritti fondamentali dell’uomo”, oggi riconosciuti solo più o meno formalmente, saranno portati a pieno compimento, in tutto il mondo, e che gli uomini avranno finalmente tutti gli stessi diritti e pari dignità. Quel giorno tutti avranno piena consapevolezza dell’importanza dalla loro vita.

Volti senza faccia

19 maggio 2009 Mimmo Guarino 11 commenti
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La faccia. La parte del corpo umano che, per le sue caratteristiche di unicità, più di ogni altra contraddistingue l’uomo in mezzo a tutti gli altri uomini. E’ il suo segno di riconoscimento, la faccia. E’ la firma del suo corpo.

Ma non tutti hanno la loro faccia, o meglio, non tutti riescono a conservarla. Molti, presto o tardi, la perdono e si riducono ad avere solo un volto. Un volto è come una maschera, è stereotipato, è tipico, caratteristico.

I volti, quando sono senza faccia, sono tutti uguali, come quelli tirati dal bisturi della chirurgia estetica. I volti senza faccia sono prevedibili, monotoni, senza vita.

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Come quelli di queste persone, nel giorno del lutto cittadino a Marano per l’apertura della discarica a Chiaiano, che guardano inebetiti i manifestanti sfilare sfilare sotto i loro nasi. Come quelli di tanti altri, che come loro, restano fermi sui marciapiedi ai lati del corteo. Come quelli dei corpi affacciati ai balconi.

In silenzio davanti allo scempio di una discarica ricavata all’interno di cave situate nel mezzo di una zona sovraffollata, su cui insistono circa 250.000 residenti. Nei pressi di tre grandi ospedali: il Cardarelli (il più grande del mezzogiorno), il Monaldi e il Pascale (un stituto per la ricerca e la cura dei tumori). Una discarica alla base della principale falda acquifera metropolitana,  per di più nell’ unico polmone verde rimasto in città. Un progetto folle iniziato sulla carta dal goverto Prodi e portato a termine  da quello Berlusconi poi, con l’uso dei militari.

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La loro espressione è fissa, impassibile. Mi fa impressione osservare come siano tutti uguali tra loro. Sembrano come impossessati da una non-coscienza collettiva che li irrigidisce nel corpo, nella postura. Non capisco se stiano capendo cosa sita veramente succedendo sotto i loro occhi. Provo a fissarli ma mi accorgo che mantengono il loro sguardo nel vuoto, mi oltrepassano.

Non rispondono agli inviti, agli sproni della folla.  Non manifestano ne assenso ne dissenso. E’ come se fossero morti. Morti in piedi.  Solo il fumo di qualche sigaretta accesa testimonia il fatto che c’è ancora vita in quei corpo. Restano impassibili anche di fronte alle piccole provocazioni verbali dei manifestanti che cantano cori di sfottò rivolti anche nei loro confronti.

Anime da anni disidratate di speranza, tristemente segnate da una vita di apatia, ignoranza, paura e disistima di se.