La fabbrica dei mostri
Uccidiamo il mostro ?

Sono i protagonisti di storie che umanamente ci risultano tanto incomprensibili quanto inaccettabili. Sono loro, i mostri. Figli che uccidono premeditatamente gli anziani genitori e subito dopo vanno in discoteca con gli amici come se nulla fosse, padri che per 24 anni tengono segregata le figlie nella cantina di casa per poterle violentare a piacimento, zii che abusano delle nipoti quindicenni e che poi, temendo di essere scoperti, le strangolano, occultano il corpo e poi si fingono disperati per la loro scomparsa. Storie che se da un lato producono, giustamente, sdegno e commozione nell’opinione pubblica dall’altro minacciano di sconvolgere gli equilibri di certezze saldamente consolidate nella coscienza di ogni uno di noi.
Di fronte a fatti così orribili ci viene naturale chiederci come sia possibile che nostri simili, uomini proprio come noi, possano commettere atti così disumani e innaturali; anche se poi, mentre cerchiamo le rispose a questi “umani quesiti”, ci lasciamo andare a macabri vaneggiamenti di vendetta verso l’assassino di turno, con tanto di torture sadiche da far rabbrividire il peggiore dei maniaci, così da superare ampiamente, anche se solo con la fantasia, la barbarie commessa dall’assassino stesso.
Paura dei mostri ? No, paura di noi stessi !

In realtà la cosa che più ci turba, che più ci spaventa, è la prospettiva di doverci porre delle domande che normalmente, nella superficialità della vita quotidiana, mai ci saremmo posti. Sederci al tavolo con noi stessi ed interrogarci su cosa siamo veramente in quanto esseri umani, su cosa siamo potenzialmente capaci di fare, su quali sono le nostre responsabilità in quanto membri della società rispetto a questi fatti, questo ci fa tremendamente paura.
Ed infatti cosa facciamo per fuggire questo confronto ? Semplicemente, escludiamo gli assassini dal comprensorio umano considerandoli come appartenenti ad una categoria subumana; quella dei mostri o degli orchi. Ci forniamo cioè, autonomamente, una spiegazione irrazionale che è al tempo stesso semplice e rassicurante. Come quelle che si usano per tranquillizzare i bambini; non è un caso che il termine “Orco” sia preso a prestito proprio dal mondo delle fiabe.
Se poi nemmeno questo stratagemma riesce a tranquillizzarci allora ricorriamo alle maniere forti e cerchiamo di uccidere il drago, di cancellare definitivamente l’oggetto scomodo, così da non doverlo più considerare. Per quale altro motivo invocheremmo a gran voce la pena di morte per il “mostro” se non per questo motivo? Ancora una volta un comportamento tipicamente infantile.

Tutto quello che facciamo è fuggire dal confronto con noi stessi e cercare rassicurazioni, non si spiegherebbe altrimenti il successo di certe trasmissioni televisive le quali altro non fanno che spostare completamente l’attenzione sulla dinamica dei fatti, sulle possibili complicità del mostro, sulle sue dichiarazioni, su quelle dei testimoni, sull’arma del delitto utilizzata, sulle tracce di DNA, ecc.; tutte cose che invece dovrebbero, giustamente, interessare solo i carabinieri e i magistrati titolari delle indagini.
Basta, i mostri non esistono !
Noi adulti dovremmo smetterla di cercare rassicurazioni per non pensare, dovremmo smetterla di credere ai mostri e agli orchi, dovremmo smetterla di fuggire dalla realtà solo perché questa non ci piace. Al contrario dovremmo cercare di comprenderla e, nei limiti del possibile, di migliorarla. Insomma noi adulti dovremmo finalmente comportarci da tali.
Dovremmo ragionare sulla concezione che abbiamo della vita, della sessualità, sui modelli educativi, su quei comportamenti della famiglia prima e della società dopo che possono incidere sugli equilibri psichici del bambino, dell’adolescente, dell’adulto. Dovremmo interrogarci su quei percorsi di vita che portano una giovane mamma a considerare il figlio appena nato come un pezzo di carne da buttare nella spazzatura, un figlio a ritenere gli anziani genitori solo come un fastidioso ostacolo alla eredità e un padre a vedere la figlia come un mero oggetto per soddisfare i propri perversi istinti sessuali. Se tutto questo sembra assurdo si provi a immaginare anche il peggiore dei serial killer all’età di due anni.

Dovremmo insomma sforzarci per costruire una società dove ognuno possa crescere in modo sano, sereno, equilibrato e con una sana autostima. Una società che si preoccupi realmente della salute mentale degli uomini, che stia vicino ai più deboli, a quelli che mostrano segni di disagio, che stia vicino alle famiglie invece di abbandonarle a se stesse.
Perché noi tutti siamo i pezzi che escono dal nastro trasportatore di una grande fabbrica chiamata società e sulla catena di montaggio di questa fabbrica ci siamo noi tutti e quindi noi tutti siamo i responsabili della buona o della cattiva riuscita di ogni pezzo. Mostri compresi.



Uno stato d’animo molto diffuso, dovuto ad visione alquanto distorta che abbiamo del concetto di fiducia: spesso infatti diamo fiducia agli altri solo con l’aspettativa (più o meno consapevole) di ricevere direttamente qualcosa in cambio, di avere un personale vantaggio, magari anche solo di tipo affettivo; il risultato è che poi inesorabilmente ci ritroviamo da soli a piangere.
Siamo anche portati, narcisisticamente, a considerarci gli unici “buoni e puri” in un mondo fatto di “cattivi e traditori”, quasi come se noi provenissimo da un altro pianeta o fossimo geneticamente diversi da tutti quanti gli altri. Questo da un lato ci gratifica, ci consola e ci rassicura sulle scelte e comportamenti che abbiamo adottato dell’altro ci allontana inesorabilmente dalla realtà vera delle cose.
Avere fiducia nel prossimo non si traduce affatto nell’essere degli sciocchi ingenui e creduloni. Tutt’altro. Avere fiducia nel prossimo presuppone conoscenza e consapevolezza. Non vuol dire affatto credere ciecamente a chi ci governa e ci sfrutta ogni giorno né ai mass media che ci vendono un mondo che promette falsamente di rendere migliore la nostra vita e che in malafede e in maniera subdola cercano di distruggere definitivamente quello che rimane della nostra capacità di avere fiducia e la stima verso i nostri simili.


























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