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...dovrà pure esistere una vita prima della morte !

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Archivio per la categoria ‘Razzismo e diritti umani’

Il Crocifisso nelle aule e gli immigrati a casa loro

6 aprile 2011 Mimmo Guarino 16 commenti

Giù le mani dal crocifisso

L’esposizione del crocifisso nelle aule della scuola pubblica italiana non limita la libertà dei genitori di educare i figli secondo i propri convincimenti religiosi, questo è quello che ha sentenziato la Corte di Strasburgo per i diritti umani. Quindi non va rimosso dalle alule.

crocifisso_scuola

Una sentenza accolta con grande soddisfazione che ha ribaltato completamente quella di primo grado che aveva condannato l’Italia, scatenato così le ire un po’ di tutti. «Questo simbolo religioso è simbolo di amore universale, non di esclusione ma di accoglienza» aveva sentenziato il Cardinale Tarcisio Bertone. A difesa dei crocefissi un fragoroso coro di proteste: tutti ad evidenziare l’universalità di quel simbolo, portatore di valori come il senso dell’accoglienza, la fratellanza e la pietà. Da un sondaggio era emerso addirittura un 84% di italiani favorevole alla loro presenza nelle scuole. Naturalmente anche il mondo della politica, sempre attento agli umori del suo elettorato, si era schierato contro la loro rimozione.

Gli immigrati fuori !

Ma gli eventi della storia spesso si susseguono in maniera beffarda e per ironia della sorte la sentenza salva-crocefisso è arrivata proprio nel bel mezzo di una catastrofe umanitaria senza precedenti che, a seguito delle rivolte verificatesi nel nord dell’Africa, ha portato migliaia di disperati a sbarcare con ogni mezzo sulle coste italiane.

striscioni_lampedusa

Il fatto è che da quando sono iniziati gli sbarchi non si è sentito parlare né di accoglienza né di fratellanza né tanto meno di pietà; ma si sa che un conto è la teoria altro invece è la pratica. Nel migliore dei casi si è sentito parlare invece di un “dovere di accoglienza”: un dovere freddo e distaccato, un dovere istituzionale, inteso come un obbligo imposto da precisi accordi internazionali. Ascoltando i dibatti e le interviste in televisione, ma soprattutto la gente per la strada, nei bar e negli uffici, emerge chiaro che infondo avremmo fatto volentieri a meno di accoglierli questi profughi. Le nostre preoccupazioni, adesso che sono sul territorio italiano, non riguardano tanto le loro condizioni igienico sanitarie, e meno che mai quelle morali, quanto piuttosto chi e come dovrà ospitarli, le conseguenze negative sul turismo, gli oneri economici derivanti dalla gestione dell’emergenza, il comportamento degli altri paesi europei, e soprattutto come rimandarli a casa loro ed evitare nuovi sbarchi.

Quando il saggio indica la luna lo sciocco mira il dito

Eppure proprio l’attore principale di quel crocefisso, il Gesù dei Vangeli, aveva parlato chiaro e tondo. Agli apostoli infatti aveva detto:

gesù_apostoli

[...] io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. [...] in verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. [...]“.

I difensori del crocifisso nelle aule scolastiche, invece, quei fratelli profughi non li vogliono né sfamare, né visitare né ospitare. Anzi non solo in loro non riconoscono Dio ma addirittura li considerano come degli invasori, degli usurpatori, degli approfittatori che vogliono togliere loro qualcosa.

Mamma li Turchi

Come si spiega allora la strenua difesa del crocifisso ? Semplice, la gran parte di quel 84% di Italiani favorevole alla presenza dei crocefissi nelle scuole si è sentita sotto attacco. Complice soprattutto l’influenza di una televisione sempre più becera, quel ricorso alla corte di Strasburgo è stato interpretato dall’Italiano medio come un tentativo dello straniero mussulmano di imporre in Italia la propria religione, non come il tentativo di affermare un principio di laicità e uguaglianza. E’ sintomatico il fatto che ancora oggi molti italiani pensino che a fare quel ricorso siano stati degli stranieri islamici, quando in realtà è stata una coppia – atea – di cittadini italiani (lei di origine Finlandese) sposati in Italia con figli italiani.

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Non si può negare che se si guarda al crocifisso come ad uno strumento di difesa dallo spauracchio del nemico invasore, come ad un segnale per ricordare allo straniero che non si trova a casa sua, allora il binomio “crocifisso si, straniero no” acquista una sua piena coerenza. Non a caso proprio i più intolleranti e violenti contro gli immigrati, gli pseudo-nazisti che vorrebbero cacciarli a calci, se non addirittura prenderli con il mitra o buttarli in mare, sono quelli che con più forza hanno difeso il crocifisso nelle aule come simbolo di identità nazionale. Probabilmente senza il massiccio aumento di stranieri che si è avuto negli ultimi anni non ci sarebbero state queste reazioni.

Quel che è certo è che assieme ai tanti barconi che non riescono a raggiungere la nostra riva affonda anche il messaggio cristiano del Dio incarnato, fatto uomo è morto sulla croce, che vive nella carne sofferente di ogni sua creatura umana. Trionfa invece l’idea del Dio nazionale che con la sua lunga barba che se ne sta su una nuvola a proteggere il suo popolo dal nemico invasore.

Se allora non lo si vuole proprio togliere quel crocefisso dalle pareti delle aule, almeno per un po’ di tempo, magari fino a quando non passa l’emergenza umanitaria degli immigrati, lo si copra con un panno.

Malleus Maleficarum, il martello delle donne

27 ottobre 2010 Mimmo Guarino 17 commenti

Il disprezzo sessuofobico per la donna

Il profondo disprezzo e l’odio feroce riversato sulla la donna dall’universo maschile è un fatto incontrovertibile che affonda le sue radici nella storia più antica dell’umanità; per rendersene conto basta leggere quei preziosi documenti storici che sono i testi sacri delle varie religioni, scritti sempre per mano di profeti uomini per ispirazione di un Dio maschile. A ben pensarci solo nell’ultimissimo scorcio di storia la donna non è stata più considerata come un essere di seconda categoria ed è stata ammessa a pieno titolo a far parte dell’umanità (parola la cui stessa radice tradisce l’originario significato) e comunque ciò è avvenuto solo in alcune parti del mondo.

burqa

Nei paesi di matrice islamica, ad esempio, dove non c’è una separazione tra stato e chiesa, la donna è ancora considerata un essere inferiore. Contro di essa sono in uso pratiche barbare come la lapidazione per adulterio, la mutilazione degli organi genitali (infibulazione), il ripudio, l’obbligo di portare il velo o il burqa. Pratiche ed usi che agli occhi degli occidentali contemporanei risultano, giustamente, tanto inaccettabili quanto inquietanti.

Paradossalmente però è stato proprio nel continente europeo (in special modo nelle regioni del nord), e non più tardi di ieri l’altro, che l’uomo ha raggiunto il massimo livello di crudeltà nei confronti della donna; ed è bene ricordarlo, affinché nessuno possa cadere nell’errore di pensare che le radici culturali e religiose dell’Europa cristiana siano moralmente superiori a quelle di altre regioni del mondo. Per circa quattrocento anni infatti, dal 1300 al 1700 (ed oltre), nel vecchio continente centinaia di migliaia di donne (ma c’è chi parla di addirittura di milioni) non furono lapidate ma bensì prima torturate barbaramente e poi bruciate vive.

Il Malleus Maleficarum

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Nessun documento, più del Malleus Maleficarum, è capace di rendere l’idea della carneficina di donne che ci fu in Europa, tra la fine del medio evo e l’inizio dell’età moderna, con la caccia alle streghe. Essa fu mossa soprattutto da una ossessiva paura dell’uomo: quella che le donne potessero concedersi carnalmente al diavolo. Il Malleus Maleficarum, ovvero il martello delle streghe, fu il manuale operativo per combattere questa paura.

Il libro, pubblicato nel 1489 in Germania, fu scritto da due domenicani tedeschi, tali Jacob Sprenger e Heinrich Kramer, su incarico diretto del Papa Innocenzo VII che nella sua bolla Summis Desiderantes Affectibus (1484), preoccupatissimo del proliferare di streghe e stregoni in Germania, si diceva deciso a sferrare un duro attacco a satana.

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Per scrivere il libro i due domenicani, accreditati dallo stesso Pontefice come grandi professori di teologia, attinsero direttamente dalla stessa bolla papale, da credenze pregresse già codificate in manuali sulla stregoneria, e soprattutto da una serie di testimonianze, rese in forma anonima, che i due raccolsero nel corso di alcuni processi. In pratica il Malleus Maleficarum fu una sorta di riordino della materia, oggi si direbbe un “testo unico”, con tanto di “implicita” approvazione dell’allora presidente della repubblica, il Papa. Il Malleus Maleficarum consentì agli inquisitori di staccare completamente e definitivamente la spina dai loro cervelli poiché in esso trovarono da un lato l’avallo della massima autorità religiosa e dall’altro spiegato passo passo cosa fare in ogni circostanza. Gli effetti furono devastanti, inizio infatti un periodo nel quale la caccia alle streghe divenne psicosi collettiva. La follia dilagò e i roghi da singoli si trasformarono in roghi di massa. L’Europa fu avvolta da una macabra nube di cenere.

Il manuale della Chiesa per la caccia alle streghe

Nel Malleus Maleficarum viene spiegato innanzitutto che la donna, a causa della sua inferiorità, è più incline rispetto all’uomo ad essere ingannata da satana; cosa che giustifica il fatto che ci siano più streghe che stregoni. Per questo i due autori, che il Papa considerava suoi figli diletti e campioni nella lotta alle streghe, ringraziano Dio per averli fatti nascere uomini. Morbosamente ricca di particolari è la descrizione dei rapporti sessuali che le streghe intrattengono con satana, assurda e ridicola quella dei loro poteri; cose del tipo come trasformarsi in una mosca o un in topo o volare sul manico di una scopa e sulle quali credo non valga proprio la pena dilungarsi. Rivelatrici sono invece le descrizioni dei malefici che esse sono capaci di compiere: provocare malattie, aborti, carestie, alluvioni, ecc.. Alla strega, ed al suo amante, il diavolo, vengono addebitati cioè tutti i mali del mondo. Ancor più emblematica, in chiave sessuofobica, è l’accusa di provocare l’infertilità maschile.

Per il processo gli autori assicurano che i pettegolezzi pubblici sono sufficienti a condurre una persona al processo, che sono valide anche testimonianze anonime degli accusatori, che è l’imputata che deve dimostrare la sua innocenza e non il contrario e che una difesa troppo accanita dell’avvocato difensore è prova del fatto che anch’egli è stregato.

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I due professori di teologia consigliano, prima di iniziare le torture, di denudare la donna completamente e raderla da testa a piedi poiché sono i peli che tutelano la strega dal dolore e non ci si lasci ingannare se durante i supplizi ella cerca conforto nella preghiera poiché è proprio così che diabolicamente si protegge. Le torture devono essere portate con cautela, senza uccidere e senza spargere sangue. Si comincia con lo schiacciamento dei pollici tra due tavolette, si legano poi le mani della strega dietro la schiena con una corda e la si appende al soffitto con dei pesi legati alle caviglie, infine la si costringe con ogni mezzo a restare sveglia per ore e ore. Fondamentale per provare la colpevolezza dell’imputata è trovare il punto del diavolo. Il punto (o marchio) del diavolo è un particolare punto sul corpo della strega insensibile al dolore. Può trovarsi ovunque, anche nelle orecchie o nella vagina. Per scovarlo bisogna infilzare ripetutamente la strega con un grosso ago. Le torture possono protrarsi ogni volta anche per più di 40 ore consecutive.

In realtà gli interrogatori miravano esclusivamente all’ottenimento della confessione e se l’imputata si ostinava a negare era solo perché dalla sua aveva la protezione del diavolo.

Martello delle streghe ? No, martello delle donne !

Il Malleus Maleficarum resta una macabra testimonianza per i posteri degli orrori che gli uomini sono capaci di commettere quando la ragione lascia il posto alla credenza, del livello di umana idiozia raggiungibile quando i cervelli spenti si abbandonano alla suggestione e alla paura. Un concentrato di sadismo, perfidia e ignoranza. Un miscuglio di sessismo, sessuofobia è ottusità.

Per più di duecento anni il Malleus Maleficarum fu il “libretto di istruzioni” per accusare, torturare e bruciare vive centinaia di migliaia di donne innocenti. Donne che come colpa più grave ebbero quella di essere nate tali e come aggravanti quelle di appartenere ai ceti più bassi della società, peggio ancora se vedove, o di praticare il mestiere della levatrice, dell’erbaiola o quello della prostituta. Martello delle streghe, quindi, fu solo nel nome e nelle convinzioni della società di quell’epoca. Nei fatti, invece, fu martello delle donne. Perché, checché ne dica ancora oggi la Chiesa, le streghe non esistono e non sono mai esistite.

L’Ebreo Internazionale. Henry Ford e il suo amichetto Adolf Hitler.

12 settembre 2010 Mimmo Guarino 8 commenti

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L’industriale e il dittatore

Qualche anno fa la Ford ebbe una bella idea per la campagna pubblicitaria della sua nuova linea di automobili. La trovata fu quella di prendere come testimonial il fondatore della stessa casa automobilistica: Henry Ford. Lo spot era semplice, elegante ed efficace: una serie di immagini delle auto, senza sonoro, che terminava con una emblematica frase di Ford sovra impressa sullo schermo.

Un testimonial di prestigio il cui nome è ancora oggi una vera e propria leggenda. Un uomo che ha contribuito in modo determinante alla creazione della società moderna. Il primo ad introdurre la catena di montaggio in fabbrica, una cosa questa che gli permise di ridurre drasticamente i costi di produzione e costruire così un’automobile a basso prezzo accessibile fasce più larghe della società di allora. Non a caso la frase alla fine dello spot era proprio: “C’è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti”.

hitlerVidi per la prima volta quello spot una sera in televisione, mentre guardavo un documentario sulla vita di Adolf Hitler. Quando si parla di Hitler in questi documentari storici si finisce sempre (a ragione) sul suo odio verso il popolo ebreo: sulle leggi razziali, sulle persecuzioni, sulle deportazioni e sull’olocausto con lo sterminio di sei milioni di uomini. Le immagini sugli orrori nei campi di concentramento nazisti sono immancabili. Immagini in bianco e nero, viste chissà quante volte, di persone magrissime con gli occhi spenti. Uomini, donne e bambini con le teste rasate dietro barriere di filo spinato. E poi cataste di corpi senza vita ammassati l’uno sull’altro.

Quando andò in onda lo spot della Ford, con quella frase finale, non potei fare a meno di riflettere su quelle due grandi figure vissute nello stesso periodo storico eppure (almeno in apparenza) così distanti: da una parte il mostro tedesco Adolf Hitler, portatore di morte, distruzione e paura, dall’altra il grande imprenditore americano Henry Ford, portatore invece di benessere sociale e progresso tecnologico.


L’Ebreo internazionale

ebreo

Nel 1921, e cioè ben vent’anni prima che i nazisti cominciassero a deportare gli Ebrei, venne pubblicato un’opera in quattro volumi dal titolo “L’ebreo internazionale”. Un testo dai forti toni antisemiti; definirlo razzista sarebbe forse un complimento. In questo libro l’autore teorizzava l’esistenza di un diabolico progetto di dominio sul mondo da parte degli ebrei, una sorta di piano segreto per conquistare l’intero pianeta. Queste alcune delle affermazioni riportate nel libro: “Gli ebrei sono la principale fonte della malattia del corpo nazionale tedesco”, “Gli ebrei sono una razza che ha resistito a tutti gli sforzi compiuti per il suo sterminio”, “Immaginiamo che non vi siano più semiti in Europa. Sarebbe davvero una gran tragedia? Niente affatto!”, “Gli anglosassoni, ariani, bianchi europei, anglosassoni-celtici sono il popolo dominante che nel corso dei secoli è stato scelto per regnare sul mondo.

benitomussoliniL’ebreo internazionale riscosse un grande successo fra suoi contemporanei, l’opera fu stampata in mezzo milione di copie e tradotta in sei lingue. In Italia, il libro venne pubblicato nel 1938 periodo nel quale il fascismo si dava un bel da fare nell’emanare leggi razziali contro gli ebrei. L’ebreo internazionale contribuì non poco a formare nell’immaginario collettivo quello stereotipo dell’ebreo fonte di tutti i mali del mondo. Fu un preciso riferimento per tutti gli antisemiti prima e durante la seconda guerra mondiale diventando praticamente la bibbia per i nazisti; una inesauribile fonte di ispirazione per la mente criminale di Hitler.

Cosa centri L’Ebreo internazionale con la pubblicità della Ford è presto detto perché il libro fu scritto, e pubblicato, proprio da quel Henry Ford fondatore dell’omonima casa automobilistica. Proprio lui scrisse il libro che fu la guida per Hitler nello sterminio degli Ebrei. Tra l’altro Ford sostenne attivamente anche l’autenticità dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion, un fantomatico documento segreto, unanimemente ritenuto un falso, attribuito a un complotto ebraico-massonico volto a impadronirsi del dominio del mondo.

Henry e Adolf, amici sulla pelle

Hitler ammirava talmente Ford per le sue tesi antisemite, soprattutto per averle scritte ne L’ebreo internazionale, che nel suo studio privato aveva un suo ritratto attaccato alla parete. Per il suo 75° compleanno Hitler insignì Ford della più alta onorificenza che il regime nazista poteva conferire ad uno straniero: la gran croce del supremo ordine dell’aquila tedesca. Un riconoscimento per l’impegno profuso dalla filiale della Ford in Germania nel rifornire l’esercito nazista di mezzi blindati.

Perché l’imprenditore statunitense ed il dittatore tedesco fecero grandi affari insieme, prima e durante la guerra. I grandi investimenti, si sa, si fanno dove il costo della mano d’opera è tenuto basso da un regime dittatoriale (vedi la Cina di oggi). Meglio ancora se quel costo è addirittura nullo con lo sfruttamento del lavoro di milioni di schiavi deportati da mezzo mondo con la scusa dell’odio razziale.

Una comunanza di intenti, quella tra l’industriale e il dittatore, per niente inverosimile, soprattutto se si pensa alla visione che Henry Ford aveva della fabbrica, che sotto molti aspetti non doveva essere poi molto dissimile da un campo di concentramento nazista. Con la catena di montaggio introdotta da Ford, infatti, l’operaio perdeva per sempre la sua la sua identità, smetteva i suoi panni di essere pensante (alienazione) per diventare un mero esecutore di azioni meccaniche limitate e ripetitive.

Comunque sia, la storia con lui è stata molto clemente; molto meno invece con Hitler.

Il Razzismo dei terroni

7 luglio 2010 Mimmo Guarino 29 commenti

Strani silenzi

Tempo fa andai a Milano per partecipare ad una manifestazione contro il razzismo. Visto che ero lì ne approfittai per fare visita a dei miei parenti, napoletani, che da tempo vivono proprio nella città Meneghina. L’accoglienza che mi riservarono fu veramente calorosa. Nonostante in questi anni ci siamo visti solo in poche occasioni abbiamo comunque conservato uno splendido rapporto. A cena parlammo di tante cose: della felice memoria dei nonni, di quando i miei cugini erano bambini (adesso sono dei baldi giovanotti), delle bellezze della nostra Napoli: il lungomare, le chiese, i vicoli, etc… Non ricordo bene poi come fu ma ad un certo punto della serata cominciammo a discutere di lavoro e della “crisi economica”. E mi dissero che anche lì da loro la situazione si era fatta critica: tre di quei baldi giovanotti erano senza un lavoro da mesi. Una situazione che non si era mai verificata prima.

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Stranamente però, quella sera, nessuno di loro mi chiese nulla circa il motivo principale di quella mia visita a Milano: la manifestazione contro il razzismo. Non che volessi un premio ma mi sembrò strano che non fossero neanche un po’ curiosi di quell’evento che, in fondo, si era tenuto proprio a “casa loro”. Sapevo che non avevano mai preso parte ad una manifestazione e che probabilmente mai lo avrebbero fatto e che mai avrebbero nemmeno saputo di quell’ evento se non fosse stato per il mio arrivo. Però avevo fatto centinaia chilometri in treno per prenderne parte e questo mi sembrava già sufficiente per stimolare in loro qualche curiosità. Nessuno invece, almeno in apparenza, diede importanza alla cosa.

Il razzismo della paura

In realtà i fatti non stavano proprio così. Me ne resi conto il giorno dopo quando una delle mie zie mi disse, con tono sprezzante, che quelli (gli stranieri) avrebbero fatto bene a tornarsene tutti nei loro paesi di origine; altro che manifestazione contro il razzismo. Perché, mi disse, i tempi non erano più quelli di una volta, il lavoro era scarso e quel poco rimasto era giusto e legittimo riservarlo solo agli Italiani. Anzi, se c’era quella maledetta crisi era anche per causa loro.

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Il mio dispiacere per quelle parole fu grande, ovviamente; non tanto per la posizione razzista in se quanto per il fatto che mi veniva portata da una persona che alle spalle aveva proprio quel tipo di storia. Una storia di terroni, per dirla in breve. Quella stessa storia comune a tanti altri Italiani del sud che per migliorare le proprie condizioni di vita hanno dovuto lasciare città natale, affetti e radici; come del resto pure gli extracomunitari. Il mio dispiacere per quelle parole fu grande perché capii che venivano dalla disperazione, dalla paura di perdere quel poco faticosamente conquistato.

Più vado avanti e più mi convinco, in fondo, che le argomentazioni degli uomini non sono quasi mai frutto di un vero ragionamento basato su dei principi ma solo un paravento usato per nascondere le proprie paure ed i propri egoismi; un modo per portare l’acqua sempre al solito mulino, il proprio.

Perché certo può anche darsi che quel ragionamento fosse corretto, che quella mia zia avesse ragione nel trovare giusto e legittimo cacciare tutti gli stranieri dall’Italia per salvare il posto di lavoro agli Italiani. Ma ho qualche dubbio nel credere che quella stessa mia zia avrebbe trovato altrettanto giusto e legittimo, per salvare il posto di lavoro ai Milanesi, cacciare anche tutti i Napoletani da Milano.

Un disperato bisogno di sentirsi normali

30 marzo 2010 Mimmo Guarino 12 commenti
Il bisogno di sentirsi normali è tutto sommato il bisogno di sentirsi accettati dagli altri, di sentirsi a proprio agio tra i propri simili, è il bisogno di appartenere ad una maggioranza che ci faccia sentire protetti. Vestirsi di normalità ripara dal freddo della paura di ritrovarsi soli. Avere consapevolezza che la maggioranza delle persone che ci circondano ci considera come loro, normali, ci fa sentire bene. Appartenere alla categoria dei normali ci rassicura perché essa è la più numerosa e quindi la più forte, inconsciamente ci dice che stiamo procedendo bene, che la nostra condotta è quella giusta e che non avremo problemi, che non avremo intoppi sul nostro cammino. E’ da questa insicurezza che nasce in noi la paura e l’avversione per chi assume comportamenti diversi da quelli del nostro gruppo, è questa mancanza di autostima che ci porta a vederlo come una minaccia.
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Lo strano episodio del cameriere inquisito

Era da tempo che io ed il mio amico Mariano progettavamo quella serata in pizzeria, ma a causa dei rispettivi impegni di lavoro avevamo sempre rimandato. Quella serata, tra l’altro, fu caratterizzata anche da un curioso episodio. Ad un certo punto, complice anche la tarda ora e la poca presenza di clienti in sala, il cameriere del locale cominciò ad inveire ad alta voce contro il televisore che in quel momento stava mandando in onda le immagini di un noto personaggio politico italiano, ex magistrato del pool di mani pulite. Disinteressandosi completamente di noi due che al tavolo aspettavamo solo di poter ordinare due pizze e tra l’imbarazzo dei pochi presenti in sala, inscenò una specie di breve comizio su alcune sue disavventure avute durante tangentopoli; una mancanza di professionalità, una maleducazione ed una cafonaggine che mi hanno ovviamente spinto a non rimettere più piede in quel ristorante.

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Matrimoni gay

Non ricordo come fu ma ad un certo punto della nostra chiacchierata andammo a finire sul tema del riconoscimento dei matrimoni gay. Dopo le obiezioni di carattere biblico della coppia primordiale formata da Adamo ed Eva (Mariano è molto religioso) e l’immancabile esempio del bambino che nulla avendo di meglio da fare di guardare due gay baciarsi per strada rischia di diventare anche lui gay da grande, mi prospetto uno scenario apocalittico nel quale la razza umana si sarebbe estinta se tutti avessero seguito tendenze omosessuali.

Gli feci allora notare che l’omosessualità era una predisposizione biologica più che una scelta dettata da esperienze di vita, che riconoscere i matrimoni omosessuali non voleva certo dire vietare agli eterosessuali di sposarsi né tanto meno di riprodursi e che quella dell’estinzione umana, per scarso tasso di riproduzione, era la più infondata delle paure visto lo spaventoso aumento demografico della popolazione mondiale in atto. Gli feci anche osservare che per essere coerente col suo ragionamento si sarebbe dovuto sentire ugualmente minacciato anche da tutte quelle altre categorie di persone che pur essendo eterosessuali non danno alcun contributo alla riproduzione della specie umana: i single e le coppie che decidono di non avere figli, gli uomini e le donne sterili, i preti e le suore che scelgono la via del celibato e della castità.

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Tutto in una frase

A questo punto Mariano gettò giù la maschera; inconsapevolmente credo. Lo fece con una frase alla quale nemmeno io in quel momento diedi molto peso, una frase che tradiva in pieno tutte quelle che erano le sue paure più nascoste. Disse: “.. sarei anche disposto ad accettare la cosa del riconoscimento dei matrimoni gay ma non vorrei che poi loro diventassero la normalità e noi l’eccezione …” .


E’ così, tutti quelli che minacciano le certezze della maggioranza cosiddetta normale vanno tenuti sotto controllo, vanno resi innocui, bene etichettati, tenuti rinchiusi dentro lo spazio dell’eccezione, dentro lo spazio dei diversi. Uno spazio che deve essere limitato, ben circoscritto con solidi steccati ed il più possibile lontano dalla vista.