La legge delle dodici tavole

La civiltà dell’antico Egitto mi ha sempre appassionato tanto, in particolare l’immenso potere che i faraoni avevano sui propri simili. Questa cosa mi ha fatto riflettere spesso su come gli uomini delle civiltà più antiche accettassero come naturale il fatto di tenere unito in un tutt’uno potere politico e religioso. Comunque già all’epoca dell’antica Roma, e stiamo parlando di circa duemilacinquecento anni fa, gli uomini cominciarono a sentire il bisogno di una separazione tra le due cose; ci furono cioè quelle che potremmo definire come le prime istanze di “laicizzazione” dello stato. Una grande conquista in questo senso fu la cosiddetta legge delle dodici tavole, ottenuta dai plebei romani ben 451 anni prima delle venuta di Cristo.
Roma già non era più una quella teocrazia pura che era stata agli inizi della sua storia, dove i suoi primi due re erano stati a tutti gli effetti dei re-sacerdote. Il paragone con i Faraoni egizi, che si consideravano dio in terra, non è per niente esagerato. Secondo la tradizione romana, infatti, Romolo era il figlio del dio Marte, dopo morto fu prima assunto in cielo per poi apparire ad un suo vecchio compagno. I Romani per questo lo proclamarono loro dio.

Dopo trecento anni dalla fondazione, le cose erano molto cambiate. Nei fatti però il potere religioso continuava ad essere mischiato a quello politico, con il pontefice (ovvero il sacerdote) che era considerato il depositario di tutta la sapienza giuridica e che esercitava quindi un forte potere limitativo sulla autorità del re. Come è facile immaginare a quei tempi la vita pubblica (e quella privata) era tutta fortemente intrisa di religiosità. Lo era a tal punto che un delitto, più che un’offesa fatta agli uomini, era considerato un’offesa fatta direttamente agli dei. Se ad esempio uccidevi un uomo venivi condannato non tanto perché avevi tolto la vita ad un altro essere umano, quanto perché avevi arrecato grave offesa agli dei e questa poteva provocare una furiosa ira da parte loro nei confronti di tutta la comunità. Solo per questo che si provvedeva alla espiazione della colpa. Nei casi meno gravi si sacrificava un animale alla divinità, in quelli più gravi si accoppava direttamente il colpevole. A decidere la pena era il cosiddetto collegio dei pontefici, un gruppo di cinque sacerdoti che di volta in volta interpretava l’umore ed il volere degli dei.

C’erano però due aspetti che ai plebei “puzzavano” un poco. Il primo era che le norme in base alle quali si giudicava la pena erano tenute segrete, raccolte in testi che i sacerdoti stessi conservavano gelosamente. Norme mescolate con strambi riti religiosi, come ad esempio quello di leggere nelle viscere degli animali. Chissà perché, ma quella di custodire segretamente i testi sacri è sempre stato una fissa dei sacerdoti di ogni tempo. Ancora in tempi molto più recenti la chiesa cattolica proibiva tassativamente ai suoi fedeli la lettura della Bibbia, che tra l’altro era scritta in latino, una lingua inaccessibile alle masse. Il secondo aspetto era che questi sacerdoti, che dicevano di interpretare il volere degli dei, erano sempre di estrazione patrizia; appartenevano cioè alla classe ricca della società. Chissà perché, ma anche questa è stata sempre una costante in tutte le civiltà, antiche e moderne.
Capitava allora spesso che se un ricco commetteva un assassinio e in quel giorno, per detta dei sacerdoti, gli dei erano di buon umore, allora l’assassino poteva farla franca. Se invece un ladruncolo di polli rubava una gallina e gli dei, sempre per detta dei sacerdoti, erano in giornata nera, allora il poveretto poteva finire sulla forca.

Che le masse siano sempre state pazienti e tolleranti con i potenti è risaputo, ma è anche vero che tutto ha un limite. Ad un certo punto a quelli gli dovettero veramente girare i cosiddetti “marroni”, e non potendone più delle tante ingiustizie subite chiesero al senato, anzi pretesero dal senato, leggi scritte, chiare, una volta per tutte. I senatori, dopo non poche resistenze, accettarono le richieste e mandarono tre loro membri in Grecia a studiare quello che aveva fatto Solone in campo giuridico. Il risultato finale fu la redazione di un codice di dodici tavole che costituì per secoli la base del diritto romano. Le dodici tavole vennero affisse nel foro così che finalmente ogni cittadino potesse sapere quali fossero i suoi doveri e le pene che gli sarebbero toccate in caso di infrazione. Fu una grande conquista di civiltà.
Nasce però spontaneo chiedersi come sia stato possibile per plebei ottenere una tale vittoria visto che a quell’epoca, pur essendo la maggioranza, politicamente non contavano praticamente nulla. Ebbene, è presto detto. In quel periodo Roma era in piena crisi. I suoi rivali approfittando delle sue difficoltà interne l’avevano attaccata ed avevano riconquistato tutte quelle terre che Roma stessa aveva loro sottratto. Incombevano poi dall’esterno gravi minacce: quelle degli Equi, dei Volsci e dei Galli. Insomma a Roma servivano disperatamente soldati, carne da mandare al macello; e si sa che per questo bisogno provvedono i poveracci non certo i ricconi. Fu per questo motivo, per scongiurare una una diserzione di massa dei plebei, che i patrizi accettarono quelle richieste.

Mi ha sempre colpito il fatto che la legge delle dodici tavole doveva essere imparata obbligatoriamente a memoria da tutti bambini romani. Proprio come accade oggi con i nostri ragazzi, mi verrebbe ironicamente da dire. Ragazzi che molto spesso, pur essendo espertissimi di cellulari e videogiochi, non sanno nemmeno cosa sia la Costituzione italiana.































Commenti recenti