Come sono cambiati i tempi!



L’esposizione del crocifisso nelle aule della scuola pubblica italiana non limita la libertà dei genitori di educare i figli secondo i propri convincimenti religiosi, questo è quello che ha sentenziato la Corte di Strasburgo per i diritti umani. Quindi non va rimosso dalle alule.

Una sentenza accolta con grande soddisfazione che ha ribaltato completamente quella di primo grado che aveva condannato l’Italia, scatenato così le ire un po’ di tutti. «Questo simbolo religioso è simbolo di amore universale, non di esclusione ma di accoglienza» aveva sentenziato il Cardinale Tarcisio Bertone. A difesa dei crocefissi un fragoroso coro di proteste: tutti ad evidenziare l’universalità di quel simbolo, portatore di valori come il senso dell’accoglienza, la fratellanza e la pietà. Da un sondaggio era emerso addirittura un 84% di italiani favorevole alla loro presenza nelle scuole. Naturalmente anche il mondo della politica, sempre attento agli umori del suo elettorato, si era schierato contro la loro rimozione.
Ma gli eventi della storia spesso si susseguono in maniera beffarda e per ironia della sorte la sentenza salva-crocefisso è arrivata proprio nel bel mezzo di una catastrofe umanitaria senza precedenti che, a seguito delle rivolte verificatesi nel nord dell’Africa, ha portato migliaia di disperati a sbarcare con ogni mezzo sulle coste italiane.

Il fatto è che da quando sono iniziati gli sbarchi non si è sentito parlare né di accoglienza né di fratellanza né tanto meno di pietà; ma si sa che un conto è la teoria altro invece è la pratica. Nel migliore dei casi si è sentito parlare invece di un “dovere di accoglienza”: un dovere freddo e distaccato, un dovere istituzionale, inteso come un obbligo imposto da precisi accordi internazionali. Ascoltando i dibatti e le interviste in televisione, ma soprattutto la gente per la strada, nei bar e negli uffici, emerge chiaro che infondo avremmo fatto volentieri a meno di accoglierli questi profughi. Le nostre preoccupazioni, adesso che sono sul territorio italiano, non riguardano tanto le loro condizioni igienico sanitarie, e meno che mai quelle morali, quanto piuttosto chi e come dovrà ospitarli, le conseguenze negative sul turismo, gli oneri economici derivanti dalla gestione dell’emergenza, il comportamento degli altri paesi europei, e soprattutto come rimandarli a casa loro ed evitare nuovi sbarchi.
Eppure proprio l’attore principale di quel crocefisso, il Gesù dei Vangeli, aveva parlato chiaro e tondo. Agli apostoli infatti aveva detto:

“[...] io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. [...] in verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. [...]“.
I difensori del crocifisso nelle aule scolastiche, invece, quei fratelli profughi non li vogliono né sfamare, né visitare né ospitare. Anzi non solo in loro non riconoscono Dio ma addirittura li considerano come degli invasori, degli usurpatori, degli approfittatori che vogliono togliere loro qualcosa.
Come si spiega allora la strenua difesa del crocifisso ? Semplice, la gran parte di quel 84% di Italiani favorevole alla presenza dei crocefissi nelle scuole si è sentita sotto attacco. Complice soprattutto l’influenza di una televisione sempre più becera, quel ricorso alla corte di Strasburgo è stato interpretato dall’Italiano medio come un tentativo dello straniero mussulmano di imporre in Italia la propria religione, non come il tentativo di affermare un principio di laicità e uguaglianza. E’ sintomatico il fatto che ancora oggi molti italiani pensino che a fare quel ricorso siano stati degli stranieri islamici, quando in realtà è stata una coppia – atea – di cittadini italiani (lei di origine Finlandese) sposati in Italia con figli italiani.

Non si può negare che se si guarda al crocifisso come ad uno strumento di difesa dallo spauracchio del nemico invasore, come ad un segnale per ricordare allo straniero che non si trova a casa sua, allora il binomio “crocifisso si, straniero no” acquista una sua piena coerenza. Non a caso proprio i più intolleranti e violenti contro gli immigrati, gli pseudo-nazisti che vorrebbero cacciarli a calci, se non addirittura prenderli con il mitra o buttarli in mare, sono quelli che con più forza hanno difeso il crocifisso nelle aule come simbolo di identità nazionale. Probabilmente senza il massiccio aumento di stranieri che si è avuto negli ultimi anni non ci sarebbero state queste reazioni.
Quel che è certo è che assieme ai tanti barconi che non riescono a raggiungere la nostra riva affonda anche il messaggio cristiano del Dio incarnato, fatto uomo è morto sulla croce, che vive nella carne sofferente di ogni sua creatura umana. Trionfa invece l’idea del Dio nazionale che con la sua lunga barba che se ne sta su una nuvola a proteggere il suo popolo dal nemico invasore.
Se allora non lo si vuole proprio togliere quel crocefisso dalle pareti delle aule, almeno per un po’ di tempo, magari fino a quando non passa l’emergenza umanitaria degli immigrati, lo si copra con un panno.
Il profondo disprezzo e l’odio feroce riversato sulla la donna dall’universo maschile è un fatto incontrovertibile che affonda le sue radici nella storia più antica dell’umanità; per rendersene conto basta leggere quei preziosi documenti storici che sono i testi sacri delle varie religioni, scritti sempre per mano di profeti uomini per ispirazione di un Dio maschile. A ben pensarci solo nell’ultimissimo scorcio di storia la donna non è stata più considerata come un essere di seconda categoria ed è stata ammessa a pieno titolo a far parte dell’umanità (parola la cui stessa radice tradisce l’originario significato) e comunque ciò è avvenuto solo in alcune parti del mondo.

Nei paesi di matrice islamica, ad esempio, dove non c’è una separazione tra stato e chiesa, la donna è ancora considerata un essere inferiore. Contro di essa sono in uso pratiche barbare come la lapidazione per adulterio, la mutilazione degli organi genitali (infibulazione), il ripudio, l’obbligo di portare il velo o il burqa. Pratiche ed usi che agli occhi degli occidentali contemporanei risultano, giustamente, tanto inaccettabili quanto inquietanti.
Paradossalmente però è stato proprio nel continente europeo (in special modo nelle regioni del nord), e non più tardi di ieri l’altro, che l’uomo ha raggiunto il massimo livello di crudeltà nei confronti della donna; ed è bene ricordarlo, affinché nessuno possa cadere nell’errore di pensare che le radici culturali e religiose dell’Europa cristiana siano moralmente superiori a quelle di altre regioni del mondo. Per circa quattrocento anni infatti, dal 1300 al 1700 (ed oltre), nel vecchio continente centinaia di migliaia di donne (ma c’è chi parla di addirittura di milioni) non furono lapidate ma bensì prima torturate barbaramente e poi bruciate vive.

Nessun documento, più del Malleus Maleficarum, è capace di rendere l’idea della carneficina di donne che ci fu in Europa, tra la fine del medio evo e l’inizio dell’età moderna, con la caccia alle streghe. Essa fu mossa soprattutto da una ossessiva paura dell’uomo: quella che le donne potessero concedersi carnalmente al diavolo. Il Malleus Maleficarum, ovvero il martello delle streghe, fu il manuale operativo per combattere questa paura.
Il libro, pubblicato nel 1489 in Germania, fu scritto da due domenicani tedeschi, tali Jacob Sprenger e Heinrich Kramer, su incarico diretto del Papa Innocenzo VII che nella sua bolla Summis Desiderantes Affectibus (1484), preoccupatissimo del proliferare di streghe e stregoni in Germania, si diceva deciso a sferrare un duro attacco a satana.

Per scrivere il libro i due domenicani, accreditati dallo stesso Pontefice come grandi professori di teologia, attinsero direttamente dalla stessa bolla papale, da credenze pregresse già codificate in manuali sulla stregoneria, e soprattutto da una serie di testimonianze, rese in forma anonima, che i due raccolsero nel corso di alcuni processi. In pratica il Malleus Maleficarum fu una sorta di riordino della materia, oggi si direbbe un “testo unico”, con tanto di “implicita” approvazione dell’allora presidente della repubblica, il Papa. Il Malleus Maleficarum consentì agli inquisitori di staccare completamente e definitivamente la spina dai loro cervelli poiché in esso trovarono da un lato l’avallo della massima autorità religiosa e dall’altro spiegato passo passo cosa fare in ogni circostanza. Gli effetti furono devastanti, inizio infatti un periodo nel quale la caccia alle streghe divenne psicosi collettiva. La follia dilagò e i roghi da singoli si trasformarono in roghi di massa. L’Europa fu avvolta da una macabra nube di cenere.
Nel Malleus Maleficarum viene spiegato innanzitutto che la donna, a causa della sua inferiorità, è più incline rispetto all’uomo ad essere ingannata da satana; cosa che giustifica il fatto che ci siano più streghe che stregoni. Per questo i due autori, che il Papa considerava suoi figli diletti e campioni nella lotta alle streghe, ringraziano Dio per averli fatti nascere uomini. Morbosamente ricca di particolari è la descrizione dei rapporti sessuali che le streghe intrattengono con satana, assurda e ridicola quella dei loro poteri; cose del tipo come trasformarsi in una mosca o un in topo o volare sul manico di una scopa e sulle quali credo non valga proprio la pena dilungarsi. Rivelatrici sono invece le descrizioni dei malefici che esse sono capaci di compiere: provocare malattie, aborti, carestie, alluvioni, ecc.. Alla strega, ed al suo amante, il diavolo, vengono addebitati cioè tutti i mali del mondo. Ancor più emblematica, in chiave sessuofobica, è l’accusa di provocare l’infertilità maschile.
Per il processo gli autori assicurano che i pettegolezzi pubblici sono sufficienti a condurre una persona al processo, che sono valide anche testimonianze anonime degli accusatori, che è l’imputata che deve dimostrare la sua innocenza e non il contrario e che una difesa troppo accanita dell’avvocato difensore è prova del fatto che anch’egli è stregato.

I due professori di teologia consigliano, prima di iniziare le torture, di denudare la donna completamente e raderla da testa a piedi poiché sono i peli che tutelano la strega dal dolore e non ci si lasci ingannare se durante i supplizi ella cerca conforto nella preghiera poiché è proprio così che diabolicamente si protegge. Le torture devono essere portate con cautela, senza uccidere e senza spargere sangue. Si comincia con lo schiacciamento dei pollici tra due tavolette, si legano poi le mani della strega dietro la schiena con una corda e la si appende al soffitto con dei pesi legati alle caviglie, infine la si costringe con ogni mezzo a restare sveglia per ore e ore. Fondamentale per provare la colpevolezza dell’imputata è trovare il punto del diavolo. Il punto (o marchio) del diavolo è un particolare punto sul corpo della strega insensibile al dolore. Può trovarsi ovunque, anche nelle orecchie o nella vagina. Per scovarlo bisogna infilzare ripetutamente la strega con un grosso ago. Le torture possono protrarsi ogni volta anche per più di 40 ore consecutive.
In realtà gli interrogatori miravano esclusivamente all’ottenimento della confessione e se l’imputata si ostinava a negare era solo perché dalla sua aveva la protezione del diavolo.
Il Malleus Maleficarum resta una macabra testimonianza per i posteri degli orrori che gli uomini sono capaci di commettere quando la ragione lascia il posto alla credenza, del livello di umana idiozia raggiungibile quando i cervelli spenti si abbandonano alla suggestione e alla paura. Un concentrato di sadismo, perfidia e ignoranza. Un miscuglio di sessismo, sessuofobia è ottusità.
Per più di duecento anni il Malleus Maleficarum fu il “libretto di istruzioni” per accusare, torturare e bruciare vive centinaia di migliaia di donne innocenti. Donne che come colpa più grave ebbero quella di essere nate tali e come aggravanti quelle di appartenere ai ceti più bassi della società, peggio ancora se vedove, o di praticare il mestiere della levatrice, dell’erbaiola o quello della prostituta. Martello delle streghe, quindi, fu solo nel nome e nelle convinzioni della società di quell’epoca. Nei fatti, invece, fu martello delle donne. Perché, checché ne dica ancora oggi la Chiesa, le streghe non esistono e non sono mai esistite.

Sono i protagonisti di storie che umanamente ci risultano tanto incomprensibili quanto inaccettabili. Sono loro, i mostri. Figli che uccidono premeditatamente gli anziani genitori e subito dopo vanno in discoteca con gli amici come se nulla fosse, padri che per 24 anni tengono segregata le figlie nella cantina di casa per poterle violentare a piacimento, zii che abusano delle nipoti quindicenni e che poi, temendo di essere scoperti, le strangolano, occultano il corpo e poi si fingono disperati per la loro scomparsa. Storie che se da un lato producono, giustamente, sdegno e commozione nell’opinione pubblica dall’altro minacciano di sconvolgere gli equilibri di certezze saldamente consolidate nella coscienza di ogni uno di noi.
Di fronte a fatti così orribili ci viene naturale chiederci come sia possibile che nostri simili, uomini proprio come noi, possano commettere atti così disumani e innaturali; anche se poi, mentre cerchiamo le rispose a questi “umani quesiti”, ci lasciamo andare a macabri vaneggiamenti di vendetta verso l’assassino di turno, con tanto di torture sadiche da far rabbrividire il peggiore dei maniaci, così da superare ampiamente, anche se solo con la fantasia, la barbarie commessa dall’assassino stesso.

In realtà la cosa che più ci turba, che più ci spaventa, è la prospettiva di doverci porre delle domande che normalmente, nella superficialità della vita quotidiana, mai ci saremmo posti. Sederci al tavolo con noi stessi ed interrogarci su cosa siamo veramente in quanto esseri umani, su cosa siamo potenzialmente capaci di fare, su quali sono le nostre responsabilità in quanto membri della società rispetto a questi fatti, questo ci fa tremendamente paura.
Ed infatti cosa facciamo per fuggire questo confronto ? Semplicemente, escludiamo gli assassini dal comprensorio umano considerandoli come appartenenti ad una categoria subumana; quella dei mostri o degli orchi. Ci forniamo cioè, autonomamente, una spiegazione irrazionale che è al tempo stesso semplice e rassicurante. Come quelle che si usano per tranquillizzare i bambini; non è un caso che il termine “Orco” sia preso a prestito proprio dal mondo delle fiabe.
Se poi nemmeno questo stratagemma riesce a tranquillizzarci allora ricorriamo alle maniere forti e cerchiamo di uccidere il drago, di cancellare definitivamente l’oggetto scomodo, così da non doverlo più considerare. Per quale altro motivo invocheremmo a gran voce la pena di morte per il “mostro” se non per questo motivo? Ancora una volta un comportamento tipicamente infantile.

Tutto quello che facciamo è fuggire dal confronto con noi stessi e cercare rassicurazioni, non si spiegherebbe altrimenti il successo di certe trasmissioni televisive le quali altro non fanno che spostare completamente l’attenzione sulla dinamica dei fatti, sulle possibili complicità del mostro, sulle sue dichiarazioni, su quelle dei testimoni, sull’arma del delitto utilizzata, sulle tracce di DNA, ecc.; tutte cose che invece dovrebbero, giustamente, interessare solo i carabinieri e i magistrati titolari delle indagini.
Noi adulti dovremmo smetterla di cercare rassicurazioni per non pensare, dovremmo smetterla di credere ai mostri e agli orchi, dovremmo smetterla di fuggire dalla realtà solo perché questa non ci piace. Al contrario dovremmo cercare di comprenderla e, nei limiti del possibile, di migliorarla. Insomma noi adulti dovremmo finalmente comportarci da tali.
Dovremmo ragionare sulla concezione che abbiamo della vita, della sessualità, sui modelli educativi, su quei comportamenti della famiglia prima e della società dopo che possono incidere sugli equilibri psichici del bambino, dell’adolescente, dell’adulto. Dovremmo interrogarci su quei percorsi di vita che portano una giovane mamma a considerare il figlio appena nato come un pezzo di carne da buttare nella spazzatura, un figlio a ritenere gli anziani genitori solo come un fastidioso ostacolo alla eredità e un padre a vedere la figlia come un mero oggetto per soddisfare i propri perversi istinti sessuali. Se tutto questo sembra assurdo si provi a immaginare anche il peggiore dei serial killer all’età di due anni.

Dovremmo insomma sforzarci per costruire una società dove ognuno possa crescere in modo sano, sereno, equilibrato e con una sana autostima. Una società che si preoccupi realmente della salute mentale degli uomini, che stia vicino ai più deboli, a quelli che mostrano segni di disagio, che stia vicino alle famiglie invece di abbandonarle a se stesse.
Perché noi tutti siamo i pezzi che escono dal nastro trasportatore di una grande fabbrica chiamata società e sulla catena di montaggio di questa fabbrica ci siamo noi tutti e quindi noi tutti siamo i responsabili della buona o della cattiva riuscita di ogni pezzo. Mostri compresi.
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